Quelli che ce l’hanno con FriendFeed: un invito alle danze

2 January, 2009 – 4:25 pm

Mentre in giro per la Rete esplodeva l’ennesimo dibattito - stavolta innescato da un post di Gilioli- sulla natura di Facebook, da queste parti si manifestava, per la prima volta in modo evidente, una fronda anti FriendFeed, social network che uso con sommo gusto quotidianamente.

La cosa mi ha un po’ sorpreso, anche perché a mio giudizio FriendFeed riesce ad esprime e concentrare in un servizio solo molte cose del social Web che considero positive. Provo ad elencarle, poi do un’occhiata a cosa dicono di FriendFeed i suoi detrattori:

- aggregazione: FriendFeed è prima di tutto un aggregatore. Cioè ogni utente decide quali parti del proprio lifestream quotidiano – che normalmente è sparso su più servizi non interoperanti – costituiranno il suo feed. Per dire, io ci metto i post del mio blog e del mio tumblr, le mie twittate, le foto di flickr, i preferiti su Last.fm e altre cavolatine sparse qua e là. Così ho un “fiume” unico alimentato automaticamente dai vari “affluenti” e se uno ha una vita così triste da voler seguire tutto quello che faccio di social in Rete, basta che si abbona al mio FriendFeed e il gioco è fatto.

- conversazione: trovo che la conversazione su FriendFeed funzioni con le stesse dinamiche di Twitter ma senza il caos di quest’ultimo. Se su Twitter volevi rispondere ad un utente, la tua risposta finiva lì nel mucchio, elencata in puro ordine cronologico, con il risultato che i grafomani come il sottoscritto erano in grado di riempire 2 o 3 schermate di twittate in mezz’ora, se presi da una discussione che li interessava.

Il tutto su Twitter generava caos, scazzo e portava (ne parlo al passato perché lo uso pochissimo) al fenomeno per cui la gente ti chiedeva di scrivere di meno perché paradossalmente lo scrivere sul tuo Twitter invadeva i loro spazi.

Il vero problema, tuttavia, era che spesso non ci si capiva: mi è capitato più volte su Twitter di ricevere reply a cose scritte 2 giorni prima e non capire a cosa si riferivano. A volte la cosa avveniva in massa e il caos cresceva a dismisura.

FriendFeed da questo punto di vista offre tutti i vantaggi di Twitter con in più l’enorme feature di disporre le conversazioni per thread, ciascuna in ordine cronologico sotto il post che l’ha scatenata. Mi pare un incontestabile progresso, no?

 

- strumenti per migliorare la conversazione: oltre a favorire la conversazione, FriendFeed ha un paio di strumenti che la migliorano. Il primo è stupidino ma va di moda (è arrivato pure sui Tumblr) ed è il “like”. Se ti piace un intervento, esprimi il tuo apprezzamento premendo un pulsante e hai la possibilità di filtrare i vari interventi, isolando quelli a cui hai aggiunto un commento o un like: cosa utilissima per riprendere conversazioni lasciate a metà o passate (su Twitter, invece, o eri “qui e ora” o ti perdevi).

Ci sono, poi, strumenti di “moderazione”. Non amo particolarmente la categoria, ma sono molto light e rispettosi. Il più utile credo sia il tasto “hide”: se una conversazione non ti interessa, la nascondi. Ma questo non ti impedisce di parteciparvi (è paradossale, lo so) e soprattutto non impedisce agli altri di continuarla. Ed è un’opzione che si cambia con un singolo click.

Sorvolo sull’opportunità di rendere privato (decidendo chi lo legge e chi no) il proprio feed di contenuti, perché è un’opzione identica a quella di Twitter e non mi ha mai entusiasmato, perché non ne comprendo l’utilità (perché rendere privata una propria attività su un social network? non è un controsenso? o forse viene usato come misura anti stalker?).
In compenso si possono creare “stanze” tematiche in cui discutere liberamente, al riparo da occhi indiscreti (si vocifera, per esempio, di una stanza women-only in cui gli ormoni volano liberi come pterodattili su di giri).

C’è, in ultimo, lo strumento “block”, che permette di bloccare un utente. Il che non significa privare qualcuno del diritto di esprimersi, ma semplicemente decidere di non visualizzare più gli interventi di un utente sgradito, molestatore, deviante, spammer, ecc. L’utente sparisce dalla tua vista ma continua liberamente ad esprimersi: di fatto non gli togli nulla.

- allargamento della sfera degli amici: la feature che mi piace di più di FriendFeed è quella per cui – con dinamiche che non comprendo – il sistema ti mette a disposizione  anche gli interventi degli “amici degli amici”, così non leggi solo la tua combriccola di amichetti, ma vai oltre il solito giro di conoscenze.

Mi sembra una scelta vincente, oltre che buona e giusta. Prima di FriendFeed avevo un’area “blog che leggo” nel mio lettore di feed RSS. Li leggevo e morta lì: raramente aggiungevo nuovi nomi, perché ero costretto nella cerchia delle mie conoscenze.

Ora che ho FriendFeed, grazie allo strumento “amici di amici”, ho praticamente eliminato la cartella “blog che leggo” dal lettore di feed RSS (restano solo quelli che ancora non si sono convertiti) e leggo tutti su FriendFeed, con la differenza che leggo pure i loro amici (quelli non interessanti li nascondo) e ho scoperto un sacco di persone interessanti, che ora leggo quotidianamente.

 

LE CRITICHE

Ho letto, nei commenti ai post precedenti, varie critiche a FriendFeed. Provo a riassumerle per sommi capi:

- è elitario: la principale tesi a sostegno di questa accusa è il fatto che FriendFeed è un servizio aperto solo a chi si registra. Quindi è sì uno spazio ordinato, ma perché si perde un po’ lo spirito selvaggio del blog, che è un porto di mare.

In parte concordo: sul blog può capitare lo sconosciuto – magari “illetterato” di social Web – che lascia un commento. Dopo quasi un lustro di esperienza bloggante, tuttavia, mi sono accorto che quegli illustri sconosciuti prendono la forma di 2 o 3 commenti al mese a post vecchi di 2 anni, scritti in stampatello da individui che immagino dotati di tentacoli (ecco perché così tanti refusi), che solitamente si lamentano perché “HAI SCRITTO CHE TZN FRR E GAY MENTRE NN E VERO: LUI MI AMA”. E tra l’altro usare FriendFeed non gli impedisce di continuare ad imbrattare di commenti demenziali e oscenamente sgrammaticati il mio blog, quindi dov’è il problema?

Riguardo alla registrazione, mi chiedo perché non ci si lamenti del fatto che sul 99% degli altri servizi online sia necessaria. Perché nessuno l’ha mai scritto di Twitter?

- è cazzone: non riesco a trovare una sintesi migliore, ma è quanto dice – peraltro in modo condivisibile – Mitì.
Il fatto è che in effetti chi si approccia a FriendFeed può trovare commentini di una riga, battutine che pochi capiscono, una diffusa aria di “qui tra noi blogger” e la conseguente implicita e involontaria chiusura a chi viene da fuori.

Riconosco, a tratti, questo difetto. Però mi sembra sia una fase comune e inevitabile dei social network: i prime movers che li colonizzano tendono a farsi comunità stretta e – come tale – tendenzialmente autoriferita.

Però è, appunto, una fase e mi pare di averla già affrontata in ambiti diversi, per esempio quando secoli fa aprii un blog su Splinder, poi quando mi affacciai su Twitter. C’è sempre una sorta di iniziale “disagio da social network nuovo”, perché chi è lì da prima ha più dimestichezza, ha più amici e oggettivamente si diverte di più. 

Alla fine è un fenomeno che, per quanto ne so, prima o poi finisce.
Su Twitter – e prima ancora nella blogosfera – è finito nel momento in cui ai pionieri del sistema si sono affiancati sempre più utenti.
Giocoforza finiremo per usarlo meglio, perché le platee si allargheranno, arriveranno sempre più utenti e non sarà tanto facile sussurrarci battutine che capiamo in tre in un luogo così pubblico. Se proprio vogliamo flirtare, apriamo una stanza apposita e la usiamo come pied-à-terre.

E poi, se il problema di uno strumento “buono” non è lo strumento stesso ma l’uso che se ne fa, forse ha senso iniziare ad usarlo bene, dando il buon esempio. Conoscendo FriendFeed, i buoni contenuti attirano buoni commenti, buoni utenti, ecc.

QUINDI?

Quindi il consiglio per tutti è di provare FriendFeed, perché mi pare funzioni davvero bene. E più siamo più la conversazione migliora come qualità, più le reti, i giri, le “cricche” si allargano. Da quando uso FriendFeed leggo abitualmente una ventina di blog in più, tutti meritevoli e tutti colpevolmente ignorati/trascurati in precedenza. Mi sembra un buon risultato.

E se inizialmente vi trovate male, pazientate, partecipate alle conversazioni altrui, fate un po’ di amici (non è stupido aggiungere come friends su FriendFeed i blog che si seguono di più, quelli sul blogroll, ecc.) e in tempo breve potreste trovarvi più a vostro agio. E’ un po’ come andare a ballare: ci si mette un po’ ad entrare nel mood della serata, ma poi appena si ingrana si fa l’alba. E in alcuni casi gli afterhour.

Gente tranquilla, che commentava

28 December, 2008 – 2:10 am

Credo che chiunque bazzichi un po’ la blogosfera avrà notato che negli ultimi tempi il numero di commenti sui blog è generalmente calato (sto facendo una statistica a spanne, ok? Non arrivate in massa a dirmi “no, sul mio sono aumentati”, please). Anche da queste parti, dove già scarseggiano i post, i commenti sono pochini.

Eppure non è che la gente ha finito le cose da dire e non credo sia svanita la voglia di conversare. Il fatto è che un bel pezzo di chiacchiera intorno ai post si è trasferito su FriendFeed, attualmente il servizio più adatto alla conversazione, alla condivisione e  - da qualche tempo – mio personale compagno di viaggio durante tutta la giornata.

Ho già fatto un post su FriendFeed e vi evito la paternale su quanto sia bello. Credo basti sapere che è una sorta di luogo molto ben organizzato e chiaro in cui vanno a finire tutte le cose che uno produce, dai post di blog, tumblr, ecc. alle twittate, fino alle foto caricate o anche solo favorite su Flickr. E la gente commenta, in modo ordinato, funzionante, grazie al sistema che non permette molta “devianza” e consente agli utenti di bloccare gli utenti cialtroni, molesti, ecc. o bloccare/nascondere i contenuti considerati sgraditi.

Insomma, se ancora non lo avete fatto, registratevi a FriendFeed e partecipate alla chiacchiera (qui il link al FriendFeed mio e dei miei “amici”). Potete farlo anche se non avete un blog o un Tumblr, anzi è un bel modo per conversare ed essere non anonimi.

Alla fine i commenti sono tutti finiti su FriendFeed. Va sempre così: pubblichi un post, aspetti un po’ e scopri che nel giro di 10 minuti su FriendFeed una decina di persone lo ha commentato, mentre sul tuo blog ci sono le ragnatele nell’area commenti.

E visto che la chiacchiera è laggiù e mi spiace un po’ che si perda, ho pensato di integrare i commenti di FriendFeed sul blog. Quindi se per caso leggete un post, subito sotto ai commenti fatti direttamente sul blog troverete i commenti fatti su FriendFeed e pure un boxino per commentare su FriendFeed.

E’ una cosa che consiglio a tutti quanti, perché così si fanno collidere due universi che a modo loro sono vicini. Tra l’altro non ci va una laurea in wordpressologia: basta scaricare e installare questo plugin e inserire una stringa di testo nel file del “single post” del vostro tema di Wordpress. Se ci sono riuscito io, ci può riuscire chiunque.

Mi raccomando, iscrivetevi a FriendFeed.

 

Aggiuntina: se per caso leggete il blog via iPhone vi perdete, almeno per ora, i commenti di FriendFeed, a meno che non leggiate il blog con il tema standard e non quello ottimizzato.

Signore dei dischi, servirebbe un miracolo

27 December, 2008 – 11:58 pm

Tanto tempo fa, quando trasmettevo in una nota radio militante torinese, mi era stato attribuito il ruolo di “addetto all’archivio discografico”.

Era il classico lavoro rognoso, che implica fatica aggiuntiva a fronte di zero soldi in più e prevedeva, tra l’altro, una dedizione certosina ai dischi vecchi e nuovi che transitavano per le sporchissime stanze dell’emittente.

[divagazione: non uso il verbo "stazionavano", visto il tasso con cui i suddetti dischi venivano trafugati, cosa che peraltro faceva inorridire tutti noi collezionisti, giacché appena un CD o un vinile arriva in radio viene riempito di adesivi, scritte a pennarello, ecc. per renderlo non appetibile ai ladri e ci sembrava oltraggioso che qualcuno potesse tenersi in casa un disco con la copertina pasticciata]

Per me in verità era una manna dal cielo. In effetti cosa potevo desiderare di più? Migliaia di vinili e cd da maneggiare, la possibilità di riordinare intere discografie, scoprire gemme nascoste negli scaffali, ecc. Un lavoro solitario in mezzo a montagne di dischi: il sogno di una vita per un musicofilo misantropo.

 

IL GOVERNO DELLE REGOLE

Sì, ok riordinare dischi non propri sta al possederli tanto quanto la table dance sta al fare sesso, ma in ogni caso era un’esperienza che ad un nerd musicomane non poteva che fare piacere, anche perché mentre riordini i dischi se vuoi te li ascolti.
Ed è così che ho riempito un bel po’ di lacune musicali, scoperto nuovi gusti, approfondito vecchie perversioni sonore e saziato indicibili curiosità, in modo ossessivamente “completista”.

Al di là delle competenze fondamentali richieste (capirne di musica e saper mettere su un database, all’epoca in dbIII), fare un database di musica non è facile, perché prevede coerenza (il gruppo di Michael Stipe e soci lo chiamiamo REM o R.E.M.?), l’imposizione di regole editoriali (i gruppi musicali vanno tutti senza il “the” davanti? O alcuni, tipo The Shamen, devono averlo e altri no?), la risoluzione di dilemmi che vanno avanti da decenni (consideriamo le due incarnazioni degli Isley Brothers due gruppi distinti o uno solo? E Sly And The Family Stone si archivia per cognome come i dischi solisti di Sly Stone o è il nome di un gruppo?) e in generale una certa uniformità nel trattare il dato.

All’epoca, impietosita dallo strato di polvere che mi ricopriva da mesi e dal mio rimuginare solitario tra pile di 45 giri white label (tra cui un 45 giri floscio, di quelli che dava in premio la Settimana Enigmistica, con sopra un pezzo cantato da Battiato, che pare sia rarissimo; chissà che fine ha fatto), la proprietà della radio mi affiancò un collaboratore.

Era una sorta di “lavoratore socialmente utile” credo in cura psichiatrica, ma con un passato molto rock’n'roll, quantomeno negli aspetti devianti. Infatti fumava costantemente, sembrava sempre sulle soglie di un’overdose e ricordava vagamente il fratello stempiato di Slash dei Guns’n'Roses.

Viste le sue condizioni, il “matto” fece un lavoro non da poco, smazzandosi tutto l’archivio dei vinili S-Z (e non capendo le mie vanitose inside jokes su Barthes), ma purtroppo anche adottando regole editoriali completamente diverse dalle mie, per cui ad esempio gli Smiths in vinile erano archiviati come The Smiths, mentre in CD (dove avevo messo mano io) erano Smiths, senza articolo. Sembra una cavolata, ma ti incasina il database. Corressi il tutto a suon di bestemmie, perché gli archivisti sono analritentivi per definizione e su certe cose non ci dormono la notte.

 

TOYS IN THE ATTIC

Qualche anno dopo, verso la fine degli anni Novanta, è iniziato il boom della musica digitale e ho accumulato, col tempo, una collezione di musica in mp3. Quando quest’ultima si è fatta voluminosa mi è tornato in mente il matto rock’n'roll. 

Sì, perché ho dato un’occhiata agli mp3 che vedo qui sul mio iTunes ed è una strage, un dramma.
Già, perché a pescare musica in giro finisce che chiunque dice la sua e ogni singolo file ha una struttura, una denominazione, un contenuto dei tag ID3  (cioè le informazioni accessorie sui file audio, tipo il titolo, l’autore, l’anno, il genere, ecc.) assolutamente improvvisato e corrispondente ai gusti e allo stile di chi ha creato il file. 
E ci sono pure un bel po’ di file con la denominazione sbagliata. Per dire, ho scaricato tutto “Rubber Soul” dei Beatles (che pure possiedo in originale in almeno 3 copie, tra vinili e CD) e colui che ha inizialmente ha condiviso i file ha deciso che i Fab Four si chiamano Beattles, con due “t”. 
Ma c’è di peggio, per esempio un mp3 rimediato da un tizio convintissimo che “Stairway To Heaven” sia un pezzo degli Yes (inorridisco solo a pensarci).

Insomma, con gli mp3 c’è la babele, c’è disordine, c’è caos e la collezione musicale rischia di trasformarsi in una sorta di soffitta sovraffollata in cui accumuli di tutto ma alla rinfusa. La cosa peraltro si accentua se i tuoi gusti sono vagamente disomogenei ed è facile che nella cartellina Musica convivano b-side di Jeremy Steig, sigle dei Muppets in tedesco e mappazze da 25 minuti di ambient radicale della scena tape filippina.

E se sei uno scaricatore compulsivo magari ti ritrovi con un mp3 pescato chissà dove, intitolato “track1.mp3″, senza tag ID3 e passi le notti ad arrovellarti per capire chi ne è l’autore, pur sapendo che non ce la farai mai e non dovevi per forza scaricare tutto l’archivio di quel sito specialistico sul funk colombiano, senza almeno curarti di dare un nome agli mp3 che tiravi giù.

Col tempo le ho provate tutte. In giro, per esempio, è pieno di software che ti aiutano a ripulire i tag ID3 (e i nomi dei file) e a renderli coerenti. Ma ovviamente vanno alimentati a mano: prendi i file di una determinata cartellina, gli dici a che album corrispondono e – con un po’ di fatica – il sistema aggiusta il tutto, rende i nomi di file omogenei, corregge i tag e rimette tutto in ordine.

Peccato che una soluzione simile funzioni praticamente solo se hai interi album scaricati in mp3 e se gli dici tu autore e titolo di ogni album. Se, come capita a molti, il 90% della tua collezione è costituito da singoli file presi qua e là, difficilmente riconoscibili anche dopo un ascolto, sei rovinato perché un programma così può fare ben poco.

 

MIRACOLO, MIRACOLO!

Anzi, eri rovinato.
Sì, perché finalmente è nato TuneUp, software che mi sta letteralmente risistemando la collezione musicale.

Non ho bene idea di quale magia ci stia dietro (funziona e non mi chiedo come, ho un approccio fideistico alle soglie dell’ottusità religiosa), ma TuneUp fa una cosa meravigliosa: “capisce” che brani hai e automaticamente gli corregge i tag ID3. E già che c’è scarica pure l’album-art (la copertina).

Da quanto ho capito il segreto di TuneUp è la sua capacità di analizzare l’impronta audio di un file e confrontarla con un gigantesco database musicale, capendo  - a seconda di come è fatto – a che brano musicale corrisponde. E’ incredibile, ma funziona, funziona, funziona!!!

Quindi da qualche giorno, alimentando TuneUp a palate di 500 mp3 per volta, il programmino si mette lì, macina per alcuni minuti e poi – lasciandomi ogni volta a bocca aperta con uno stupore farlocco da odioso bambino della pubblicità della Bauli – inizia a sistemarmi i brani, azzeccando autore, titolo, anno d’uscita, album di appartenenza, genere musicale, ecc. E’ pure abbastanza intelligente (per dire, cataloga come genere “surf” solo i dischi surf dei Beach Boys e non tutta la loro discografia) ed è aggiornato su cose tipo le edizioni speciali, i remaster, le versioni di dischi classici con track aggiuntive. Insomma, sa il fatto suo. Sembra di avere accanto una versione digitale di Giorgio Valletta, con doti sovrumane (che pure lui ha un po’).

Ovviamente non sono tutte rose e fiori. In primis, TuneUp è un software a pagamento. Ma si merita tutti i suoi 19$, perché è un programma unico nel suo genere e fa una cosa utilissima che nessun altro software fa.

In secondo luogo è un software che funziona solo se avete iTunes, anzi è una sorta di “parassita” di iTunes. E, pur essendo disponibile da quasi un anno per Windows, funziona bene solo su Mac (ovviamente Mac Intel con Leopard).

La versione per Windows è spinosa. La comprai mesi e mesi fa ma non ci fu modo di farla funzionare su nessuno dei tanti computer di casa. E va dato atto alla TuneUpMedia di essere stata onestissima: mi hanno rimborsato all’istante i soldi che avevo speso, senza batter ciglio e, anzi, ringraziandomi per il contributo.

Pare, tuttavia, che ad alcuni utenti Windows funzioni: non c’è modo di stabilire una configurazione ideale, perché pare che tutto dipenda dall’umore di iTunes per Windows (che è una fetenzia) e dalle paturnie di Windows stesso. Un po’ mi diverte, questa piega empirica e ascientifica in un ambito esatto come l’informatica, ma valutate con cautela magari testando il tutto con la versione demo.

In compenso da qualche settimana è uscita la versione per OSX e funziona senza particolari problemi. Ci mette il suo tempo a ripulire la soffitta musicale, ma i risultati sono sorprendenti. 
Raramente mi sento di promuovere software a pagamento e closed source, ma in questo caso vale davvero la pena.

Cose fondamentali da sapere

26 December, 2008 – 1:16 am

Per Natale qui ci si è regalati l’aggiornamento a Wordpress 2.7.

E sì, l’aggiornamento manda come al solito in palla gli accenti del blog, ma fortunatamente con una piccola modifica di un file abbiamo risolto il problema (non prima di aver chiamato in causa il festeggiato più volte e ad alta voce).

Per favore, non svenite dall’emozione, neh.

Alle prese col tuttofono – una recensione del Sony Ericsson Xperia X1 quando ormai Beggi ha già detto tutto

20 December, 2008 – 1:14 am

Normalmente il citofono in ore indecorose (per i miei ritmi) porta brutte notizie, al 99% multe che il postino mi porge con occhio compiaciuto.

L’altra mattina no, anzi era un corriere perfino di bell’aspetto che mi consegnava nientemeno che un Sony-Ericsson Xperia X1, cioè il nuovo smartphone (e modello di punta) di casa Sony.

Grazie mille a chi me l’ha fatto arrivare, ma qui a caval donato si guarda in bocca eccome. Per questo motivo ho tenuto per un’intera settimana l’X1 con me, trascinandolo peraltro nei 7 giorni più intensi di tutto l’anno, quelli in cui lavori di meno e cazzeggi di più, tra feste, GGD, cene, saluti aziendali, ecc.

L’intenzione era buona: fare una bella recensione puntigliosa basata su una settimana di uso intenso e prolungato, usando il telefono per tutte le mie attività quotidiane.
Peccato che nel mentre il buon Andrea Beggi abbia fatto una recensione che dice tutto quello che volevo dire io, peraltro con meno parole e più credibilità tecnica.

Quindi mi tocca ripetere un po’ di considerazioni beggiane, perché sono assolutamente condivisibili, e aggiungere giusto un po’ di impressioni soggettive.
Impressioni che potete leggere – tanto sotto Natale non avete niente da fare se non digerire i quintali di cibo che avete incamerato nonostante la crisi – se avete un bel po’ di tempo a disposizione e se nella vostra esistenza ha senso leggere migliaia di caratteri su un telefono cellulare.

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L’anno che verrà – ovvero il mio primo Post sotto l’Albero

14 December, 2008 – 6:03 am

Quello che segue è il mio primo Post sotto l’Albero.
In quanto versione stalinista del Grinch, con punte quasi autolesioniste di odio per tutto ciò che è vagamente natalizio, mi sono perfino sorpreso io stesso della mia partecipazione ad una simile iniziativa.

Poi ci ho riflettuto e ho scoperto che scrivere il PSLA è una sorta di passatempo per sadici. Il fatto è che Sir Squonk, uomo dal multiforme talento, è una persona prima di tutto paziente. Quindi pone una data di scadenza in cui raccogliere i post dei partecipanti e attende fiducioso. E rigorosamente si trova a mani vuote o quasi.

Ecco, quindi, che scattano i primi appelli, con l’inevitabile arrivo dell’improcrastinabile. Prima appelli pubblici, inizialmente autorevoli, poi minacciosi, poi complici, poi ricattatorio/affettivi, poi ancora livorosi e infine disperati. E in seconda battuta gli appelli privati, dall’SMS vagamente mafioso fino alla mail dai toni barocchi del periodo bizzarro.

Il risultato è che chi partecipa e tarda a consegnare (cioè praticamente tutti) riceve dal Sir nel corso del tempo vere e proprie opere d’arte multimediale, da semplici haiku via SMS a lacrimevoli e-mail con biliosi allegati. Uno scritto meglio dell’altro, in un’escalation in cui è palese che l’autore ha un talento alimentato a disperazione.

Il resto è trascurabile: un po’ di gente attende proprio l’ultimo istante utile, pur di collezionare altre gemme squonkiane, e consegna un post. Il risultato della dialettica sfuggente fra il talento del raccoglitore e la cialtronaggine media dei partecipanti è, incredibilmente, ottimo nonostante l’impaginazione un po’ così, le clipart d’illustrazione prese da Office 95 e una generalizzata propensione al refuso. 

E’ qualcosa di inspiegabile, una sorta di ossimoro in cui la combinazione tra alto e basso, tra talento e intima bruttezza dei partecipanti produce accostamenti inaspettati  e forieri di gioia, come il tartufo bianco: un alimento eccellente che dà il meglio di sé su piatti vili, come l’uovo fritto. 

Quindi godetevi l‘intera raccolta di quest’anno di Post sotto l’Albero e, se proprio ci tenete, solo il mio contributo, che è qua sotto. 
Per fare quello filologico (leggi: non avevo altro), non ho scritto un post ad-hoc, ma ho letteralmente rubato al blog un post, l’ho incollato in Word e spedito al talentuoso curatore.
Risultato, una brutta figura: gran parte dei partecipanti ha prodotto piccole perle narrative e io sto qui a scaldarmi per un calendario con la Carfagna. Vestita, peraltro.

Buona lettura, neh

 

 

Uno ci prova anche a fare quello che non demonizza Berlusconi, che si dimentica la tessera della Loggia P2, i mafiosi e i corruttori in parlamento, l’ego smisurato che confina col borderline e tutte le altre porcherie che tutti conosciamo benissimo e che quasi tutti scordano quando si tratta di votare.

E giuro che io ci provo davvero, faccio un sacco di docce tiepide, mi stronco di tisane al tiglio e continuo a ripetermi “suvvia, è solo un governo di destra come tanti altri, siamo tutti democratici, sotto sotto siamo tutti fratelli, è la democrazia dell’alternanza e via di mantra rassicuranti.”

Ormai privo di riferimenti politici al di là del signor Spock in “Star Trek, l’ira di Khan”, uno arriva perfino a dirsi che tutto sommato un mezzo regime vagamente argentino, con a capo un ibrido tra un re travicello e un miles gloriosus, non è poi questo dramma, che alla fine perfino le cose brutte e cattive hanno un ruolo nel grande schema dell’esistenza e poi, insomma, in Argentina c’è il tango che non è così male, no?

Insomma, si cerca la via zen e si prova – dopo aver fallito nell’intento del “non pensiamoci, dimentichiamoci che la politica esiste e occupiamoci di altro” – ad accettare o quantomeno rendere più digeribile il male che non si riesce a rimuovere.
Serenamente. Pacatamente. Piano piano. Come vuole Veltroni.

L’operazione dopo un po’ ti riesce, perché l’essere umano ha grandi capacità di adattamento e se riesce a vivere negli igloo a sessanta sotto zero nutrendosi di yogurt di renna, figuriamoci se non può reggere queste cosucce qui.
Ci vuole ben altro per abbatterci, ha!

Poi, però, quando hai finalmente ottenuto la tanto sospirata semiserenità politica e ti sei quasi convinto che perfino La Russa al governo abbia una sua razionale utilità e che se non la vedi è solo perché lo schema delle cose è più grande della tua comprensione, Orazio, ecco il crollo, il rigurgito dell’inevitabile.

Maledetta Internet.
Sì, maledetta. Perché senza la Rete sicuramente mi sarei perso tutto ciò: apro La Stampa online e scopro che esiste il calendario 2009 “Grandi tra i grandi: i politici per i bambini“. 
Ora, già il nome è tremendo, ma il disgusto da copy è il meno. Ci si mette pure il progetto: fotografie di politici “casualmente” ritratti in atti di grazia e tenerezza con dei bambini.

Di norma detesto tutto ciò che sfrutta l’immagine dei bambini, ridotti spesso a versioni umane dei LOLCats da genitori infami. Figuriamoci che reazioni può suscitare un mix “bambini sfruttati + Schifani”, sponsorizzato dalla Presidenza del Consiglio, del Senato e della Camera.

Se poi clicchi sul link, attratto dall’orrido e poco propenso a cliccare sui calendari alternativi con l’ennesima velina photoshoppata desnuda, il gioco è fatto: ecco il regime che salta fuori.
Il regime, sì, quello vero, cioè quello fenotipico, che puoi toccare. Suvvia, gli aspetti estetici del regime, quelli più tangibili.

Perché tutti gli elementi “reali” del regime (i privilegi, le pastette, l’assenza di democrazia, la disuguaglianza, ecc.) un po’ te li nascondono, un po’ ormai li accetti come assodati e un po’ li dai per scontati come espressione dell’italianità.

Insomma, a noi che ci sia o meno il retroscena del regime non importa.
Ma a noi ultimi mohicani di sinistra danno fastidio alcuni aspetti visivi, cioè l’estroversione del regime, la sua retorica pubblica e i suoi atti trionfali.

Avete corroso la già esile tenuta democratica di questo paese? Fa lo stesso. Ma almeno fate finta che tutto vada bene.
Tanto noi siamo tra quelli che mangiano il surimi a forma di gambero e si convincono davvero che un po’ il gusto gli assomiglia.

Il pensiero del regime già ti aveva sfiorato la mente nei giorni intorno al 4 novembre, quando in tv passava uno spot – tutto rallentatore e controluce – che celebrava le Forze Armate con toni da dittatura bielorussa ed estetica da tv di stato irakena ai tempi di Saddam: militari che passano per le strade e la gente impettita che si alza e gli fa l’applauso, chissà poi perché.

Va visto, perché certe cose tra le righe si percepiscono meglio live che con una descrizione.
Vi basti sapere che si intitola “Grazie ragazzi”, come allo stadio.

Il calendario politici+bambini è la conferma di quel retropensiero novembrino: il regime, stufo del retrobottega, sta venendo fuori nei suoi aspetti estetici, i più fastidiosi per noi sinistrorsi.
Segno che dall’altra parte hanno rotto gli indugi e si stanno finalmente togliendo qualche soddisfazione personale.

Ecco, il calendario “Grandi tra i grandi” è la perfetta incarnazione della weltanschauung berlusconiana.
No, non quella antidemocratica, aziendalista e “brianzola” dell’imprenditore con le mani sporche prestato alla politica. Quella, invece, del “re buono” (che da queste parti era un certo Umberto I, noto cannoneggiatore di poveri che chiedevano pane), del presidente che riceve le classi delle elementari alla Camera e interrompe un Consiglio dei Ministri per andare a recitare a memoria “Rio Bo” ai bambini forzosamente plaudenti.

Basta scorrere un’immagine dietro l’altra, controllando la bile.
Non c’è una casualità nelle fotografie, c’è un indice preciso, un piano estetico/retorico e una line-up studiati a tavolino perfetti nei loro intenti.
E i valori di questa operazione d’immagine sono perfetta espressione di cosa è l’Italia da cartolina di Natale dell’immaginario berlusconiano.

Sembra l’ennesima pubblicità della Bauli, in cui la keyword dominante è “bontà”.
E allora ostentiamola, questa bontà!
Ed ecco i vari politici colti in casuali pose carine accanto a bambini sorridenti. Bambini da cartolina, peraltro, vestiti appositamente a festa (ho già messo in preallarme l’equipe di psichiatri che si occuperà di curare, una volta adulta, la povera bambina col papillon marrone nella foto con Cossiga) e messi lì a figurare, dopo chissà quante dolorose prove circondati da fotografi incazzati e urla del tipo “Michela fai più l’occhio da derelitta, altrimenti il Presidente Schifani poi ti sculaccia, eh!?”.

Telefono Azzurro? Sì, già all’altezza di maggio ho composto le prime 2 cifre del numero. Ma siamo il paese di “Piccoli fans”: di fronte a scene simili la stragrande maggioranza degli italiani si commuove, non chiama di certo la polizia.
Bisogna rassegnarsi.

Al di là dello sfruttamento paraculo dell’immagine dei bambini in situazioni potenzialmente pericolose (ve lo vedete Cossiga che chiede ai frugoletti “la vostra maestra è ancora viva? O è stata bastonata ad arte, come ho – modestamente – proposto?”), quello che spaventa è soprattutto la lineup delle playmate politiche di ciascun mese.

In primis l’opposizione non esiste. O meglio, esiste quello che il berlusconismo considera l’opposizione ideale. Cioè, su 12 fotografie gli “oppositori” sono 2, ovvero un nonnetto democristiano di lungo corso come Franco Marini e – ripescato dall’oblio nonostante politicamente e istituzionalmente conti quanto il mio verduriere – nientemeno che Fausto Bertinotti.

Peraltro il cittadino semplice Bertinotti è ritratto – a conferma di una precisissima progettazione estetica di queste foto – con le uniche due bambine non vestite a festa, anzi opportunamente conciate un po’ da zingare e un po’ da hippy, con un non trascurabile dettaglio per cui una delle due sfoggia sul vestitino un’inspiegabile quanto eloquente stella rossa.

Facendo i ragionieri, un’opposizione democristianissima, vecchia e alle soglie dell’impresentabile, con in più il “comunista fenotipico” da zoo o da commedia di Pozzetto: il mostro da tenere in salotto perché fa chic e anche un po’ orrore alle madame. 

Insomma, Bertinotti se lo coccolano su Mediaset da secoli, è tempo di ritirarlo fuori non appena la crisi si ammoscia un po’.

E dire che l’assenza di esponenti dell’opposizione sarebbe tecnicamente una buona notizia. Pensate che bello sarebbe se i vari Fassino, Rutelli, ecc. si fossero semplicemente eclissati dicendo “Il calendario coi bambini fatevelo voi, noi nonostante tutto abbiamo un senso della decenza e non ci prestiamo ad operazioni paracule di questo genere”.
Ma conoscendo Veltroni & C. è inevitabile pensare che su un calendario così i “nostri” si sarebbero buttati a pesce.
Semplicemente non li hanno invitati.

Segnalo a parte, in quarta di copertina, defilata, una figura mezzo bipartisan come Umberto Veronesi, che sì, si è candidato per il PD “ma alla fine è uno dei nostri, perché fa i miliardi”.

Il resto delle 10 immagini è emblematico: i ministri più in vista, quelli più televisivi, presentabili e utilizzabili a fini professionali (quindi niente leghisti e spazio ai più popolari secondo i sondaggi), due senatori a vita (in sostanza gli unici due ascrivibili alla destra, cioè Andreotti e Cossiga) e i presidenti di Camera e Senato, cioè un untuosissimo Schifani e un Fini a cui bisognerebbe spiegare che gli anni Ottanta sono finiti e il “bronzo” non tira più, soprattutto nella versione “fratello di Sammy Barbot”.

In ultimo, lui: Silvio la Tigre, rigorosamente a dicembre, in una posa che non lascia spazio ad interpretazioni terze: sguardo adorante e – notate bene – bambini non ariani, anzi vagamente stranieri ma non “negri” o “musi gialli” o peggio ancora “arabi”: quel bel mulatto da spot della Barilla, che piace tanto alle nonnine.
E Lui in mezzo, che li tiene in braccio, occhi socchiusi a dire “dio mio come sono buono, sto proprio bene in mezzo ai bambini”. 

Insomma, l’immagine perfetta per il “nonno d’Italia”, che in un paese civile sarebbe qualche vecchietto fotogenico infastidito dalla stampa che lo obbliga a fare la faccia buona mentre beve vinaccio alla bocciofila
In Italia, tristemente, il nonnino buono nazionale ha un ruolo precisissimo: Presidente della Repubblica.

Se vi state chiedendo cosa voglia fare Berlusconi da grande, guardate quella foto e la risposta verrà da sé. Come la nausea. 

Who’s gonna drive you home?

28 November, 2008 – 9:22 pm

Dopo aver dato il meglio di sè nella gestione del problema della presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI, candidando un impresentabile e incompetente e vedendosi eleggere con un colpo di mano – coi voti della maggioranza berlusconiana  – un poco di buono ex mastelliano pronto a tutto (e mi inquieta che il PD candidi uno così, davvero), il partito che teoricamente dovrei votare sta consumando le sue preziose energie politiche per un’altra battaglia di altissimo profilo e che non mancherà di appassionarci per la sua utilità per il paese.

Quanto avrei voluto che dio mi avesse fulminato seduta stante il giorno in cui ho lasciato la mia email agli uffici stampa nazionali e locali del partito che teoricamente dovrei votare, perché è ormai da una settimana che quotidianamente le caselle di posta si intasano a causa di una pioggia di comunicati stampa su un tema fondamentale come la collocazione nel Parlamento Europeo del Partito Democratico.

Ovvero, fra un anno ci saranno le europee e verosimilmente il PD riuscirà a fare eleggere qualcuno, nonostante stia facendo di tutto affinché ciò non accada. Dove si siederanno costoro? Staranno nel gruppo del Partito Socialista Europeo? O con i Popolari? Oppure con un terzo gruppo?

Certo, se il tuo partito è fatto da una mai completata sintesi tra ex ex comunisti e ex ex democristiani, il problema è spinoso, perché non puoi certo chiedere a quella simpatica donna della Binetti di sedere tra i socialisti europei. Così impari a candidarla, peraltro.

Però, per quanto mi riguarda, è un problema inutile. E trovo pure insultante leggere che Fassino, Rutelli, Bobba, ecc. si lancino strali su una questione puramente formale mentre avrebbero un bel po’ di cose da fare (opposizione, costruire un’alternativa credibile al berlusconismo decadente di questi anni, ecc.)

Ma davvero, ci interessa dove siederanno gli eletti del Partito Democratico nel Parlamento Europeo?
A me francamente il dibattito dà le stesse vibrazioni che la serie B di pallamano femminile.
Mi interessa, invece, molto come il PD voterà, quali sono le sue proposte, le sue scelte e le sue posizioni. E mi sembrano questioni a monte rispetto al gruppo parlamentare a cui iscriversi.

Invece no, i pezzi da novanta del PD continuano questa guerra di comunicati piccati e stronzetti in cui di fatto gli ex DS continuano a dire “la grande tradizione riformista europea sta tra i socialisti” e gli ex democristiani rispondono “col cazzo, piuttosto ce ne andiamo”, coi pochi laici ex Margherita che tergiversano e, nel dubbio, dicono tutti la loro.

E quindi via con illuminanti e promettenti discussioni su un ipotetico scioglimento del PD, su una scissione, ecc. Non che si rovini nulla più di tanto, eh? Però c’è sempre un limite al peggio.

 

E’ UN FATTO DI APPARTENENZA

La cosa che mi spaventa e mi fa capire che a sinistra (ma in verità il problema è trasversale, sebbene con intensità differenti a seconda degli schieramenti) siamo ancora mostruosamente indietro nella visione dello scenario politico.

Continuiamo, cioè, a pensare alla politica come ad una questione di appartenenza. Quindi il problema numero 1 dell’esordio del PD nel Parlamento Europeo non sarà cosa voterà caso per caso, ma come si definirà, a quale “grande famiglia trasversale” della politica europea si iscriverà.

Tradotto in termini pratici, il PD spende il 99% delle sue già esigue e contraddittorie energie politiche per cercare litigiosamente di distillare una sintesi identitaria tra le sue componenti. E consuma se va bene l’1% a fare politica, cioè a compiere gli atti materiali che permettono ai suoi diretti e potenziali “consumatori” di definirlo.

E questo è un po’ il dramma della sinistra e del suo approccio al paese. Continuiamo, noi che di sinistra lo *siamo*, a non capacitarci come il resto del paese possa non esserlo senza sentirsi sporco, in colpa, ecc. E continuiamo a fare una politica in cui il nostro fine reale non è risolvere problemi (o proporre soluzioni per) e su questo conquistare voti, ma è di fatto lavorare affinché la gente si converta e *diventi* di sinistra o centro sinistra o centro centro sinistra.

In verità basta riavvolgere minimamente il nastro per notare come la dimensione identitaria a sinistra sia una priorità assoluta. Democratici di Sinistra, Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, ecc. Lo vedete? L’ossessione di definire un’appartentenza che è a monte, a priori rispetto all’azione politica.

Ovvio che la gente che magari è così intelligente da non votare per Berlusconi ma non è de facto di sinistra o non si percepisce/definisce tale finisce per votare per Di Pietro, che di fatto è l’unico partito della coalizione in grado di intercettare gli swing voters tra uno schieramento e l’altro proprio in virtù del suo essere definito da scelte, da pratiche, da posizioni e non da appartenenze politiche ottocentesche.

 

QUASI QUASI MANDO UNA LETTERA A VELTRONI (NO, CHE POI LA LEGGE IN PIAZZA)

Il tragico è che ad ogni comunicato stampa che ricevo – l’ultimo, piccatissimo, di Gianni Vernetti, persona a cui sono peraltro vicino umanamente e che come sottosegretario agli esteri nella passata legislatura ho molto apprezzato, che sfancula Fassino – mi scatta una voglia tremenda di rispondere da semplice elettore.

E mi viene una voglia pazza di gridare ai dirigenti del mio partito che questo dibattito inutile viene fatto sulla pelle dei cittadini ed è un po’ un insulto per chi ha votato PD, fidandosi che non avrebbe votato per un partito di stupidi.

E mi piacerebbe segnalare ai vari Rutelli, Fassino, ecc. che le priorità politiche mi pare siano altre. E se per loro non è così, beh allora voto altrove.
Perché qui lo tsunami ci ha colpito in pieno (ricordate? quello con la cacca-Berlusconi che ci galleggia, irrilevante, in mezzo) e chi ci dovrebbe salvare sta a riva a dibattere se farlo nuotando a delfino o a rana.

Giusto, tagliamo i fondi alla scuola pubblica, come sta facendo il governo Berlusconi

22 November, 2008 – 10:32 pm

Cosa volete che succeda?

Voglio proprio vedere come Berlusconi, la Gelmini e tutti i politici cattolici (alcuni pure nel PD) potranno venire a chiederci di togliere soldi alla scuola pubblica e regalarli alle scuole private (cioè diplomifici e scuole cattoliche), come peraltro hanno già fatto nel 2001.

Questo paese capisce i propri errori solo quando sanguina forte.

My generation

5 November, 2008 – 5:53 am

Sono qui, alle 5 del mattino, l’angoscia e passata e il vino lo stappo ora. Per festeggiare!

Sì, perché è avvenuta quella che, politicamente, finora è la cosa più positiva e potenzialmente più rilevante per la mia generazione: hanno eletto Barack Obama presidente degli Stati Uniti, che poi è come dire “capo del mondo” ed è un bene, anzi è un’ottima notizia.

Non voglio dire altro su Obama, perché, ora che la sua elezione è praticamente sicura, i media insisteranno ulteriormente nel propinarcelo in tutte le salse e l’unico rischio per il nuovo Presidente è che ci venga a noia come il marziano di Flaiano.

Anzi, c’è un secondo rischio [warning: sto facendo dell'ironia scimmiottando il gergo paranoico dei complottisti] e cioè che la CIA, Israele o i poteri forti lo ammazzino. Incrociamo le dita. E confidiamo in un Jack Bauer (possibilmente meno fascio di quello televisivo), casomai fosse necessario.[/warning: sto facendo dell'ironia]

Intanto mi godo McCain che fa il suo discorso di commiato, sconfitto dopo tutte le porcate che ha fatto in campagna elettorale. Gli sta bene, è una persona orribile, finto eroe di una guerra in cui stava dalla parte sbagliata e si è pure fatto beccare.

Capita che ogni tanto le storie finiscono bene, i cattivi, le brutte persone, i fascisti, i guerrafondai, i disonesti, perdono. Raramente, però, vengono umiliati dal voto popolare.
Oggi è capitato ed è un buon segno. Ed è un bel giorno. Uno dei pochi, francamente, che mi capita di vivere in questa esistenza che, tra – ehm – calcio e politica, nega da sempre gioie collettive a quelli come me.

Ma non è solo una questione di “vincere”, che è un verbo vuoto. E’ davvero una questione di speranza, di cambiamento, un presagio positivo in un momento brutto per tutti. Se perfino gli Stati Uniti sono riusciti a capire che il cambiamento sta dalla parte giusta, forse c’è un barlume di speranza perfino per questo paese orribile in cui viviamo, circondati da gente in gran parte schifosa, familista, disonesta.

Nonostante pericolose tentazioni che scorrono a sinistra, sono un uomo di sinistra da sempre filoamericano, fin da tempi non sospetti.
Amo gli Stati Uniti e penso che laggiù, per molti aspetti, ci sia un grado di civiltà superiore, bastava guardare come gli elettori si mettevano in fila per votare (e per votare bene!).
E poi adesso un pezzo dell’America che mi piace, quella multietnica, multiculturale, quella black si appresta a sedere lì, nella stanza ovale.

Ed essendo uno che si commuove ad ascoltare Archie Shepp che suona “Blues For Brother George Jackson” mi piace pensare che le lotte di quella generazione lì, che ha combattuto contro il razzismo, il bigottismo, la repressione, sono finalmente finite. E i 12 anni di carcere di George Jackson, il Gramsci di pelle nera, non sono stati vani.

E se oggi il capo del mondo è una persona in cui per mille motivi – non ultima l’età – mi riconosco (e, tra l’altro, il primo adulto vero in 16 anni a guidare gli USA) e che sento familiare, vicina e “umana”, è merito di chi in passato ha lottato per le cose giuste, anche quando lottare era impopolare e talvolta criminale.

E adesso, a vino stappato, tutti ad ascoltarsi “Black President” di Fela Kuti, un altro che aveva previsto tutto con qualche decennio d’anticipo.

Poi domani, con comodo, razionalizzo. Ora godiamoci il risultato e una provvidenziale pennellata di speranza.
E voi subitevi un post emozionato, scritto male. Capitemi :-)

Quella emme di MTV (aka “Aridatece i videoclip!”)

29 October, 2008 – 2:02 am

Non so più da quanti anni non guardo più MTV, ma so esattamente perché non la guardo e cosa mi ha fatto smettere di tenerla anche solo in considerazione: ignoro MTV dal giorno in cui hanno smesso di trasmettere video musicali.

Fateci caso e provate a passarci sopra facendo zapping. Nel 99% dei casi trovate una porcheria, solitamente un finto reality con dei giovani mostruosi che ballano o una trasmissione americana piena di ggiovani rifattissimi che o piangono o ballano o flirtano. Oppure vecchie stagioni di serie Tv in cui ci sono giovani rifattissimi che ballano, piangono e flirtano a seconda delle puntate.
E nel mezzo, come diversivo, qualche feature sui soliti VIP del mondo della musica, da Britney Spears in giù.

Stendo un velo pietoso sulle trasmissioni made in Italy (salvo rari casi, ma dio fulmini ora TRL e il suo pubblico) e continuo a pensare che, nei primi anni Novanta, MTV un po’ ci ha cambiato la vita. E continuo a pensare che noi torinesi forse siamo stati più fortunati di tutti, perché una rete locale (Videogruppo) per anni ha preso il segnale di MTV UK (quella bella, con Ray Cokes, Davina McCall, Zig & Zag, Party Zone, Chill Out Zone, Alternative Nation, ecc.) e l’ha trasmesso sulle sue frequenze, spesso interrompendolo crudelmente in orari impensabili per trasmettere orride pubblicità degli (allora) 144.
Eri lì pronto a goderti l’unplugged dei REM o di Bjork (in un notevole vestitino corto giallo)? Ti partivano le casalinghe assatanate e ti dovevi adeguare. Ma, insomma, era una bella cosa.

Poi è nata MTV Italia e, a fronte di 24 ore al giorno del canale, c’era ben poco da gioire. Ora è una tv che di musicale non ha niente di niente ed è un peccato perché ci lavorano un bel po’ di persone di talento e pure un bel po’ di amici. Certo, uno può recuperare con i suoi canali tematici via satellite, ma non è la stessa cosa.

Fortuna vuole che sia nato da non molto un servizio che permette di tornare al vecchio spirito fondante di MTV, che oltre a farti venire voglia di fumare crack dovrebbe essere una televisione musicale.

E’ nato, infatti, MTV Music (nome ridondante: a cosa serve la M del brand?), che altro non è che una sorta di YouTube casalingo di MTV in cui lentamente il colosso della videomusica sta riversando la versione digitalizzata di tutti i suoi video in archivio, inclusi quelli delle sussidiarie tipo VH1 e CMT.

Significa, insomma, che lì sopra ci saranno migliaia e migliaia di video musicali, vecchi e nuovi, peraltro fruibili in streaming in qualità decisamente superiore a YouTube. Il giorno che l’intero catalogo sarà digitalizzato ci saranno da fare i salti di gioia.

Per ora c’è già una base di video notevole. E c’è pure qualche pecca strutturale. La prima è che, mi pare, l’assortimento sia quello di MTV in versione americana. Quindi ben poca elettronica (ho provato a cercare qualcosa dei Future Sound Of London, ma niente) e molto più brutto rock melodico per wasp col mullet o hip hop moderno, da papponi. E i soliti anni Ottanta, che hanno rotto le balle già *negli* anni Ottanta.

Ci sono anche ingenuità tecniche, su tutte un motore di ricerca molto anni Novanta, esigentissimo per quanto riguarda lo spelling dei nomi dei gruppi. Cerchi i REM e non trovi niente. Devi mettere, come vorrebbe la regola, i puntini: R.E.M. Ed ecco che per magia puoi riascoltarti “Pop Song 89” e guardarti il video. Peccato sia la versione censurata. (con Bjork è peggio: vogliono la dieresi e via ad aprire la mappa caratteri).

Già, uffa, la mentalità è quella di MTV USA, super-puritana, pronta a riempire di biiiip ogni “motherfucker” e ogni fuck, motivo per cui rinunciate da subito all’idea di ascoltare i Rage Against The Machine o avranno talmente tanti bip da sembrarvi un gruppo della Warp.

Insomma, la mentalità è pessima, la realizzazione così così e l’archivio è quel che è, finora, e senza pesanti iniezioni da MTV UK non sarà niente di che. Però, nonostante tutti questi punti a sfavore, MTV Music è uno dei siti che cliccherò più ossessivamente nei prossimi giorni, non tanto per recuperare i grandi classici, ma per recuperare i video minori di cui ci siamo quasi dimenticati, in 30 anni di videomusica.
Anche da brutte premesse possono nascere cose fondamentali. Speriamo cresca bene.