Il blog riprende e si sposta

12 November, 2009 – 4:18 am

Per mille motivi che spiego qui, ho ripreso a bloggare. Solo che ho deciso di farlo da un’altra parte.

Il blog si chiama sempre Suzukimaruti, ma l’indirizzo è diverso, oltre che decisamente più ombelicale

www.enrico-sola.com

Indirizzo a parte, l’unica novità degna di menzione è che ora faccio post corti. Anzi, no. Faccio versioni condensate dei post lunghi per chi non ha tempo o voglia.

Il feed dei post è qui.

Il feed dei commenti è qui.

Il feed dei post condensati è qui.

Aggiornate l’aggiornabile, se vi va ancora.

iPhone 3.0: come fare se non vi funziona il tethering con Tre (post notturno per nerd senza una vita)

18 June, 2009 – 3:49 am

E’ uscito il firmware 3.0 dell’iPhone e il mondo vi sorride. Sì, perché siete dei nerd all’ultimo stadio esattamente come il titolare di questo blog.
Quindi vi sarete sicuramente fiondati a scaricare i 230 Mb di aggiornamento sul vostro gadget preferito, pronti a godervi il cut&paste, gli MMS e – finalmente – il tethering, che per i non-nerd dotati di una vita sessuale sarebbe a dire “usare il cellulare come modem 3G per navigare in Internet col computer”.

Vi sarete subito accorti che, pur essendo tecnicamente possibile, il tethering non funziona subito sui vostri telefoni, meno che mai se avete Tre, che teoricamente non dovrebbe nemmeno supportare l’iPhone, visto che la Apple continua a non filarla.
Però in giro è pieno di soluzioni per attivare il tethering con le SIM di tutti gli operatori. Si tratta di scaricare un piccolo file di configurazione che – in teoria – dovrebbe risolvere tutti i problemi. Se siete fortunati, queste soluzioni funzionano al primo colpo.

Se non siete fortunati, con buona probabilità le avete provate tutte, incluso rivolgere preghiere al Santissimo, inginocchiati verso Salita Ruinà, con il risultato che spesso il vostro iPhone smette di navigare via 3G.

Niente panico. Ripristinate il profilo del telefono (andando su Impostazioni – Generale – Profilo, cancellando il profilo corrente e poi rimettendo l’APN giusto in Impostazioni – Generale – Rete – Rete dati cellulare) e leggete sotto.

Se non vi funziona il tethering può darsi che siate clienti business di Tre e abbiate scelto una delle opzioni Simply Dati Business (sono 3: B.on, B.time e B.unlimited), che vi garantiscono una chiavetta HSDPA con  dentro una SIM che, come molti, avete messo nell’iPhone.
[Personalmente ho la B.on che mi garantisce (esclusivamente, cioè non potete usarla per telefonare) un traffico dati di 5Gb alla settimana, cioè molto di più di quanto potrei immaginare, a un prezzo veramente basso: 14€ al mese.]

La caratteristica delle SIM di queste offerte è che utilizzano, per accedere a Internet, un APN diverso dagli altri terminali Tre. Infatti il loro APN è datacard.tre.it.

Tutte le soluzioni per abilitare il tethering sull’iPhone che si trovano online finora non tengono conto di questa famiglia di SIM e, per Tre, contemplano solo l’APN tre.it, che ovviamente non funziona con le SIM Simply Dati Business, col risultato che se le adottate il vostro iPhone smette di navigare.

Che fare?
L’unica è farsi un file di configurazione personalizzato. E’ facilissimo.

1 – Andate qui http://www.iphone-notes.de/mobileconfig e, invece che selezionare un operatore preconfigurato, fatevene uno personalizzato. In sostanza scegliete “custom carrier” e scrivete datacard.tre.it nel campo APN.  Lasciate tutti gli altri campi vuoti.

2 – Inserite in cima alla pagina uno degli indirizzi e-mail che leggete con l’iPhone (anzi, con il programma di posta dell’iPhone), riempite il noiosissimo captcha, cliccate su “send” e vi verrà spedito il file.

3 – Sull’iPhone aprite il messaggio di posta che vi è testé arrivato, cliccate sull’allegato, dite sì a tutto (fidatevi) e come per magia il tethering funzionerà anche a voi.

Attenzione, a volte il menù del tethering sull’iPhone (che si trova in Impostazioni – Generali – Rete) non funziona a meno che non abbiate fisicamente collegato il telefono al vostro computer tramite USB. Fatelo e vi permetterà di collegarvi anche via Bluetooth, ma la prima connessione è meglio che sia via cavo.

Da lì in poi tutto dovrebbe funzionare bene. Qui, almeno, va tutto (usando un Macbook): infatti questo post è stato pubblicato usando l’iPhone come modem.

Sicuramente emergeranno soluzioni più raffinate (anzi, se ne avete sono benvenute e aggiorniamo il post), ma nel mentre il tethering c’è.

Chi voterò alle Europee (un endorsement un po’ geek e un po’ politico)

5 June, 2009 – 12:44 am

Lo so, questo weekend si vota e ci sono le elezioni europee. E so anche che la voglia di votare PD, che è il partito su cui ho messo la crocetta l’ultima volta, è decisamente bassa e non per snobismo, ma perché da quelle parti non ne hanno azzeccata una e personalmente ho le balle un po’ girate per lo strapotere dei cattolici all’interno di quello che dovrebbe essere (e a tutti gli effetti è) il più grande partito di sinistra del paese. 

 

LA VOGLIA DI NON VOTARE PD E LE ALTERNATIVE RIDICOLE

 

Insomma, la voglia di non votare per il “Grande Partito Unitario Del Centrosinistra” è tanta e i motivi comprensibili. 

Però mi guardo intorno e vedo il disastro: a sinistra del PD il nulla. Cioè in verità il contrario: un’accozzaglia di liste “comuniste”, tutte fatte da capetti vendicativi e insignificanti, con programmi politici deliranti. 

 

La lista peggiore è un cartello elettorale che si chiama Sinistra e Libertà ed è capeggiata dal politico più sopravvalutato della storia italiana, cioè Nichi Vendola: si tratta di un curioso agglomerato fatto da ex rifondatori bertinottiani, gli apprezzatissimi (…) Verdi di Pecoraro Scanio – pare tutti e quattro – i socialisti liberal di Boselli e gli ex diessini ritardati (quelli che si sono accorti nel 2007 che non gli era piaciuta la svolta della Bolognina di Occhetto nel 1991) di Sinistra Democratica. Sono talmente divisi e inconciliabili, animati solo da un astio delirante verso il PD e verso Rifondazione, da non essere assolutamente in grado di produrre un programma comune. Ma fortunatamente non ci hanno nemmeno provato: il loro unico selling point politico è “noi siamo quelli immediatamente più a sinistra del PD: ci votate?”.

 

E poco importa che su temi come la TAV, il lavoro, le infrastrutture, i salari, la responsabilità di governare, i termovalorizzatori, i rigassificatori, le discariche, ecc. quelli di SD e del PSI la pensino in maniera opposta ai Verdi o agli anticapitalisti bertinottiani. Basta non scrivere il programma e il gioco è fatto.

Ecco, finalmente, la politica fatta di puro posizionamento. Perché produrre contenuti, sintesi e idee quando bastano le coordinate? Siamo alle soglie della geografia. Materia che non amo.

 

Il resto mi sembra ancora più improponibile: liste che, al di là del fondatore, non hanno classe dirigente meritevole (Italia dei Valori), partitini insignificanti numericamente, partiti che voterei volentieri se non ci fossero due o tre temi che per me sono dealbreaking (i Radicali: vorrei tanto iniziassero a pensarla come Obama, su Israele, per dire) e poco altro. 

 

 

E INVECE QUESTA VOLTA SO COSA VOTARE E SONO PURE CONVINTO

 

La verità è che in quelle che dovrebbero essere le elezioni che dovrei affrontare con più incertezze mi trovo, invece, perfettamente conscio di chi voterò. E per una volta sono davvero convinto, non mi trovo a dover votare per disperazione.

 

Per farla breve, alle Europee – dove è possibile scegliere un partito e dare fino a 3 preferenze – darò un solo voto di preferenza a Roberto Placido, penultimo della lista del Partito Democratico, proprio sopra Scalfacoso.

 

 

UNA STORIA NERD CON HAPPY END

 

Perché voto per Placido? I motivi sono tanti e cominciano con una storiella un po’ nerd. Eccola.

 

Qualche tempo fa il Governo Berlusconi propose l’adozione degli ebook nella scuola pubblica. “Finalmente una cosa progressita fatta da quei pazzi clericofascisti che ci governano”, pensai. E invece il PD, per bocca del suo ministro-ombra per l’istruzione Maria Pia Garavaglia si oppose, peraltro con argomentazioni risibili (non avevano nemmeno capito bene cosa fossero gli ebook e credevano fossero libri da stampare a casa) e talmente ignoranti da irritarmi in modo bestiale.

 

Preso da una sonora indignazione e decisissimo a fare l’elettore rompipalle (cosa che dovremmo fare più spesso e in maggior numero, ragazzi), ho scritto una mail arrabbiatissima praticamente a tutti i politici locali degni di nota, spiegando che stavamo facendo un errore e che i libri elettronici a scuola erano una cosa progressista, intelligente, ecologica e di aiuto alle famiglie più povere.

 

Tra tutti quelli che hanno ricevuto la mia email, solo uno mi ha risposto: Roberto Placido, che peraltro è il vicepresidente del Consiglio Regionale.

E non mi ha mandato una mail precompilata o un suo sostitutivo liquidatorio: mi ha scritto “spiegami meglio”.

 

Tempo un paio di settimane e gli ho spiegato meglio: gli ho spedito un po’ di link, lui nel mentre si è documentato e ha riconosciuto che il suo/nostro ministro ombra e il partito intero si stava coprendo di ridicolo.

 

Che fare? Beh, rimediare. Placido si è attivato, ha reperito i fondi e ha attivato una sperimentazione della Regione Piemonte in una scuola superiore di Torino: una sezione, a partire da settembre, studierà sugli ebook, grazie ad un accordo – che è una prima assoluta in Italia – tra Simplicissimus di Antonio Tombolini (che è all’avanguardia nella diffusione della cultura dell’ebook in Italia), i principali editori di testi scolastici (in precedenza a dir poco recalcitranti alla sola idea di fare libri non di carta) e la Regione Piemonte.

 

Ecco un esempio di politica che funziona: un cittadino esprime un’istanza, la politica lo ascolta, si documenta se non è competente, accoglie le sue istanze, le trasforma in proposta politica/amministrativa e realizza qualcosa che – personalmente – trovo innanzitutto giusto e poi anche di sinistra, progressista e anche un po’ geek come piace a me.

 

CHIEDI AL TUO CANDIDATO SE HA MAI MANDATO UN POKE

 

Da quell’episodio lì – tenendo conto che con Placido ci conoscevamo già, ma in termini puramente non politici (lo ospitavo spesso in radio, perché ha un passato da deejay di cui va piuttosto fiero e avere la seconda carica del tuo Consiglio Regionale in studio a mettere dischi e cazzeggiare non guasta mai, anzi diverte) – ho visto nascere in un politico un interesse reale per le nuove tecnologie.

 

E’ un classico caso di politico che fa tutto da solo: ha voluto un blog (che usa eccome e non solo per fini markettari ed elettorali: per esempio ha beccato i furbetti che fregavano, non avendone diritto, i soldi del contestatissimo “buono scuola privata” voluto dalla precedente amministrazione regionale di destra e ha piacevolmente rotto le scatole a destra e a manca online) e lo usa decisamente bene. Si è aperto un profilo di Facebook (che usa lui, mica il suo staff) e lo alimenta personalmente, senza retorica elettorale o politichese. E usa pure FriendFeed, anzi verificate: potreste esservi beccati qualche suo like.

 

Lo ammetto, voto Placido anche per mera affinità di scelte: come tutti i politici che preferisco, non è un mestierante della politica, ma ha un passato da manager della comunicazione, anzi lavorava proprio in pubblicità e la cosa si nota (in città e non solo, alcune sue campagne sono rimaste memorabili). E’ un ex dj, ogni anno organizza un mega-concerto rock per il 25 aprile (quest’anno con gli Afterhours) e ha una passione evidente per la tecnologia. Beh, mi ci riconosco :-)

 

 

UN PD LAICO E PIU’ DI SINISTRA: LAVORIAMOCI

 

Ma ci sono anche motivi più strettamente politici per cui voterò Roberto Placido e per cui vi invito a farlo, se state in Piemonte, Liguria Valle d’Aosta e Lombardia. 

Il più importante è che Placido è il primo politico del PD che dice *apertamente* che il partito è troppo poco di sinistra, che è troppo spostato al centro e che va riportato a sinistra, dove peraltro c’è la sua vera vocazione. 

E’ il tema portante della sua campagna: fare qualcosa di sinistra, campionando Nanni Moretti. 

 

Tra il dirlo e il farlo, mi rendo conto, ce ne passa. Ma anche da questo punto di vista Placido si è dato da fare. Giusto oggi ha organizzato una video-chat online con i più importanti esponenti del PSOE spagnolo (cioè, per i non informati, il partito di Zapatero). Tema della discussione, una politica europea di sinistra. E tra le priorità della politica europea di sinistra, Placido ha messo i diritti civili, la libertà di accesso alla Rete e la sua neutralità, gli incentivi per l’impresa che fa innovazione e – internamente – la collocazione del PD al Partito Socialista Europeo. Sarà difficile spiegarlo a certi baciapile cattolici candidati nel P, ma lui personalmente ha scelto. E mi pare una scelta condivisibile.

 

Tutto questo mi fa votare in modo convinto per Roberto Placido. Mi rendo conto che votando per lui non voto per questo PD, ma per quello che potrebbe esserci, se i Roberto Placido e le Debora Serracchiani fossero tanti, all’interno del partito.

 

Stiamo per affrontare le elezioni europee, quelle in cui è possibile dare una preferenza, scegliere, premiare esattamente le persone che ci piacciono e nelle cui idee ci riconosciamo maggiormente.

 

Punire il PD non votandolo è comprensibile, ma in questo momento è sbagliato, perché queste sono elezioni in cui abbiamo la possibilità di incidere direttamente nelle scelte del PD, far capire ai democristiani oscurantisti che si sono insediati nei suoi organi amministrativi che sono una minoranza non gradita e che la maggioranza degli elettori di sinsitra è laica, progressista e pure un po’ arrabbiata.

 

Credo anche che sia impensabile, anzi forse è risibile, immaginare che il futuro della sinistra in Italia passi da qualcosa che non sia la ridefinizione del PD. Cioè, rendiamocene conto: il PD non implode, per quanti pochi voti prenda. Semmai, se noi di sinistra ci allontaniamo dal Partito Democratico, finiranno solo per avere sempre più linfa vitale le Binetti e i Rutelli di turno.

 

Lo ammetto: ci fossero state le liste bloccate non avrei votato PD, meno che mai con Cofferati capolista nel Nord Ovest, uomo che riesce miracolosamente a racchiudere tutto ciò che detesto di certa sinistra: la vecchiezza della mentalità sindacale classica, che rifiuta la modernità, il suo essere un politico che ha lavorato ben poco nella vita, lontano dal paese reale, i gusti snob, l’antipatia, l’incoerenza (ma non si era dimesso per stare a Genova?), lo snobbare la Rete, l’attrazione per il potere a tutti i costi (personalmente *odio* chi si candida sindaco in una città in cui non vive; e lo odio anche se vince!).

 

QUINDI? VOTO ROBERTO PLACIDO E VI INVITO A FARE ALTRETTANTO

 

Grazie al voto di preferenza riesco a votare una persona che credo meriti il mio voto e in questi giorni si è meritata il mio supporto e pure un po’ della mia militanza. 

Tutto separa una figura come Roberto Placido, che è un self-made-man, figlio dell’immigrazione lucana a Torino, da Cofferati e da cosa rappresenta (l’arroganza di certi dirigenti del PD). 

 

Quindi voto Roberto Placido e mi rendo conto che saremo in tantissimi a farlo. Non è un caso che, alle scorse elezioni amministrative, sia stato il politico che ha preso più preferenze nel Centrosinistra in tutto il Nord Italia. Di fatto è una persona che si spende, che presenzia, che vuole capire. 

Potrà sembrarvi stupido, ma da qualche anno insegno – insieme ad una collega – a delle classi di pensionati come si fa ad aprire un blog di quartiere, con cui raccontarsi. E tra i “nonni tecnologici” mi ha sorpreso scoprire che, per motivi diversi, Placido è popolarissimo. Perfino quelli di destra lo conoscono, lo stimano e gli riconoscono lealtà e – cosa importante – presenza. Perché, non so bene come faccia, ma è dappertutto. E ogni nonno dotato di mouse poteva ricordare almeno un paio di eventi recenti in cui Placido si era palesato ad osservare, ascoltare, spiegare, capire.

 

In effetti forse ho trovato qualcuno che, col suo scooter un po’ sgarrupato, gira più di me e dorme meno di me e va in giro a ficcare il naso, a fare domande, a cercare di capire. Anche solo per questo (e per il fatto che trova perfettamente normale convocarti per una riunione a mezzanotte) dovrei votarlo. E lo farò. Come, spero, molti di voi.

 

Se volete conoscerlo meglio, www.robertoplacido.it, oppure aggiungetelo su Facebook.

Intro the groove: riflessioni spezzettate sul prodotto musicale (finora) più interessante del 2009

5 March, 2009 – 12:54 am

Nel desolante panorama radiofonico nostrano l’unica ancora di salvezza è rivolgersi all’estero, tanto c’è la Rete. E se non c’è la Rete c’è il satellite. Insomma, ci si aggiusta. 
Già sapete che qui si ha una passione sperticata per Radio Nova, che personalmente considero la migliore radio al mondo per programmazione musicale, creatrice di uno stile tutto suo e senza pari, declinato in decine di compilation bellissime.

L’altra grande passione radiofonica, condivisa con tanti amanti della musica, è Radio One della BBC, che di fatto è la bibbia per chiunque segua la musica anglosassone in tutte le sue incarnazioni. E’ la radio da ascoltare, insomma, per essere informati su cosa succede nel mondo della musica, ovviamente con largo anticipo sul resto del mondo. 

Circa un mese fa, per la precisione il 2 febbraio, la trasmissione di Rob Da Bank su Radio One ha ospitato i Soulwax che, per i non informati musicalmente, sono un duo che ha riportato il Belgio sulla mappa dell’elettronica cool europea dopo anni di latitanza (può sembrare strano, ma c’era un periodo in cui il Belgio era una delle capitali della musica elettronica mondiale) e, soprattutto, ha sdoganato commercialmente l’arte del mashup, cioè l’ibridamento tra brani musicali fatto di collage, sovrapposizioni, ecc. 

Il 2 febbraio si sono presentati ai microfoni della BBC con un’idea notevole: fare un’ora intera di mix composta da soli intro di canzoni. E in 60 minuti di mix ne hanno messi ben 420, intitolando tutto “Introversy”.

Mi spiego meglio: in 3600 secondi questi signori hanno messo 420 inizi di canzoni di ogni epoca, non limitandosi a piazzarli uno dietro l’altro, ma facendone un mix creativo, bellissimo.

Se volete godervi l’ora mixata più intelligente del 2009, potete scaricare il file direttamente qui e la tracklist è qui (su 420 brani è facile perdere il segno, quindi conviene seguirla con attenzione).

Se fino a qualche tempo fa la massima avanguardia musicale generata dalla diffusione di massa dei computer e dei software “per suonare” era la cultura del mashup, il mix di 420 intro di quei diavolacci dei Soulwax sposta la frontiera un po’ più in là.

Sì, perché al di là di uno dei mix più originali mai ascoltati (se la gioca col mitico mix di Fatboy Slim fatto tutto di dischi suonati alla velocità sbagliata), i 60 minuti dei Soulwax sono un perfetto manifesto sul concetto di invenzione e di produzione culturale nel 2009.

E’ opinione diffusa che nel mondo globalizzato e iperconnesso nessuno inventa più nulla: per quanto uno si sforzi ad inventare qualcosa, nel 99% dei casi qualcuno l’ha già fatto prima e meglio. 
In generale nell’arte del djing e più in particolare nel caso di “Introversy”, la creatività non sta nella produzione di materiale, ma nel suo uso o, meglio ancora, nel suo assemblaggio creativo. 
E’ la vittoria, per necessità o per volontà?, del “come” sul “cosa”, uno spostamento di focus che, in altre forme artistiche, è avvenuto da decenni, almeno nelle avanguardie.

Di mezzo c’è la cultura “Blob”, per cui non poca parte del divertimento portato dal mix è dato dall’accostamento tra i vari intro: si percepisce un’intelligenza divertita, che a volte associa i pezzi per titolo, altre volte per pura somiglianza sonora o per contrasto, o per genere.  

Volendo, “Introversy” è anche un bel gioco dalle parti del marketing: le modalità di costruzione e presentazione di un oggetto ne diventano il principale veicolo comunicativo portando all’estremo il concetto per cui qualsiasi esecuzione musicale è contemporaneamente oggetto ed “evento”.

Intellettualizzazioni a parte, è innegabile il fatto che il mix di 60 minuti prodotto dai Soulwax sia qualcosa di musicalmente notevole, perché di fatto è una raccolta eclettica di citazioni musicali (si spazia da sconosciuti produttori di kraut rock a “Primavera/Stop Bajon” di Tullio de Piscopo, passando per Celentano, i MGMT, la peggior disco canadese e i Rolling Stones) in cui tutti prima o poi si ritrovano.

Come molta arte contemporanea e di massa, i 60 minuti dei Soulwax sono anche un’opera aperta”. Di fatto c’è chi può limitarsi al puro intrattenimento: è una bella ora, tiratissima, mixata in modo divertito e divertente, che si può perfino quasi ballare, se si è disposti a cambiare spesso ritmo :-) . Gli appassionati di musica con propensione alle attività scacciafiga possono anche divertirsi a riconoscere i singoli intro (ho fatto giusto un viaggio Torino-Milano con Giorgio Valletta, pompando a volume 11 il mix e giocando ad “indovina l’intro”, ovviamente ricorrendo alla tracklist nei casi impossibili) e gustarsi le decine di ammiccamenti, inside jokes, ecc. che i due belgi meno noiosi del pianeta hanno prodotto.
E i blogger in vena di menate possono produrre un bel po’ di intellettualizzazioni, perché tanto sono sì e no al ventesimo ascolto in meno di un mese.

Certo è che un mix così, fatto tutto di parti di canzone, anzi di una sola parte, frantuma ancora di più il concetto di musica nel 2009. Insomma, fino a qualche tempo fa era ancora forte in noi la cultura dell’album, cioè dell’opera completa, su un supporto fisico, con una durata specifica e un mercato ben definito. Poi ci è scoppiato tra le mani il boom della musica digitale e il concetto di album, spiace dirlo, ma è in lento declino: ha molto più senso l’idea di playlist, soprattutto in un’epoca in cui ormai i brani si comprano singolarmente, come decenni fa si faceva con le sigarette. 

I Soulwax – ok, per gioco – fanno ancora di più: spezzano perfino l’unità del brano, ne scelgono un pezzo – l’inizio – e ne esaltano le caratteristiche (ed è bellissimo notare come l’intro di un brano possa essere un manifesto di quello che verrà dopo o una deviazione completa, un depistaggio, un contrasto, una citazione, una trappola, ecc.), compiendo un’operazione di iper-selezione e moltiplicazione che era avvenuta giusto col primo hip-hop, quello che ancora si faceva con pochi soldi, 2 giradischi ed un microfono, andando alla ricerca dei break ritmici da mettere in loop per costruire le basi.

Se già mi piacevano i Soulwax (e mi piacevano già tanto: date un’occhiata al loro sito ufficiale, che è composto incredibilmente di loop multimediali in sequenza, usando per una volta Flash in maniera intelligente), beh ora mi piacciono ancora di più. E dire che non c’è una singola nota, in quei 60 minuti di mix, che sia stata prodotta da loro. Se non è post-post-post moderno questo…

Azienda trasporti emotivi

21 February, 2009 – 11:16 pm

Per questioni culturali ed affettive (ci lavorano un bel po’ di amici e di persone che stimo), mi sento molto vicino a Current Tv, che per i non pratici di tv è il canale 130 su Sky, quello voluto da Al Gore e prevalentemente dedicato al giornalismo d’inchiesta e all’informazione non comune, d’avanguardia, spesso “user generated”.

La formula innovativa, in uno scenario – quello televisivo – dove l’innovazione è amata quanto la sabbia tra le lenzuola – sta dando i suoi frutti, tanto che a Current hanno pensato, visto il successo, di lanciare il nuovo formato (che lascia spazio a contenuti ancora più “forti”, a inchieste e documentari lunghi, a tv magari “scomoda” ma veritiera) con una campagna di affissioni che promuove due imminenti video-inchieste di Vanguard, il programma di punta della Rete.

I manifesti sarebbero dovuti essere affissi nelle metropolitane di Roma e di Milano, ma sorprendentemente l’ATAC di Roma ha deciso di rifiutare all’ultimo minuto le affissioni di Current. Che succede?


LA PATRIA POTESTA’ DELL’ATAC SULLE NOSTRE VITE

Succede che all’ATAC non se la sentono.
I visual della campagna di Current promuovono due inchieste non banali.
La prima è sul rapporto tra la Chiesa e il crimine organizzato e si intitola “Cosa succede quando la camorra entra in chiesa?” e il relativo manifesto raffigura una bibbia crivellata di colpi di arma da fuoco.
La seconda video-inchiesta, rappresentata sul manifesto da un mitra a stelle e strisce e una mazzetta di dollari, è  altrettanto “scomoda”, visto che si intitola “Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi?” e parla dei curiosi rapporti tra gli States e le forze paraterroristiche anti-Iran.

L’ATAC, che è l’azienda trasporti del Comune di Roma, rifiuta la campagna (che invece è stata tranquillamente accettata dall’azienda trasporti di Milano).
Il motivo? Lo spiegano direttamente con un comunicato stampa:

 

Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.

 

Cioè, tradotto in termini più comprensibili: i tempi sono bui, la gente si agita facilmente e noi dell’Azienda Trasporti dobbiamo aiutare il Sindaco Alemanno a tenere tutti buoni

Che bello. E io che credevo che il compito dell’azienda trasporti di una grande città fosse spostare la gente dal punto A al punto B nel modo più efficace possibile.

Invece scopriamo che a Roma l’azienda trasporti si preoccupa prevalentemente di noi, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo. Ci vogliono bene e non vogliono che ci agitiamo. Nel mezzo sì, ci portano da una parte all’altra della città, ma senza pensieri negativi.

E io che credevo che pagare il biglietto del tram servisse giusto a comprare la corsa! Stolto.
Invece no, l’ATAC a Roma dà anche una piacevole assistenza psicologica, anzi *non può non* aiutare il Sindaco a farci credere che tutto va bene, madama la marchesa, fosse anche impedendoci paternalisticamente di essere esposti a contenuti che – a giudizio del team di tranvieri psicologi che sicuramente dirige l’ATAC – potrebbero urtare la nostra sensibilità. Che gentili.

D’altronde siamo tutti dei minus habens incapaci di intendere e di volere ed è giusto che sia l’azienda trasporti del Comune di Roma a decidere cosa è bene e cosa è male per noi. 

 

I CONTI NON TORNANO

Qualcuno, però, si ricorda che forse abbiamo compiuto la maggiore età da un pezzo e non abbiamo bisogno di tutori o sostitutivi della figura paterna che decidano per noi cosa possiamo vedere e cosa no, meno che mai se i suddetti tutori sono aziende municipalizzate.

Altri notano che, visto anche il merito dei visual della campagna di Current, non è che i manifesti siano così minacciosi. Anzi, ancora devo capire come un manifesto possa minacciarmi, a meno che non ci sia sopra la mia faccia e la scritta “wanted, dead or alive”.

Altri bolscevichi si ricordano che in Italia ci sarebbe quella clausolina della Costituzione che dice che da queste parti c’è la libertà di espressione e che l’eventuale grado di offensività di una campagna pubblicitaria è valutato da un codice di autoregolamentazione professionale e, in extremis, dalla legge. Non certo dalle preoccupazioni dell’ATAC per la nostra salute mentale.

La cosa, poi, inizia a puzzare. Il Presidente dell’ATAC, Massimo Tabacchiera, intervistato sulla questione, dice cose che non sono esattamente in linea con il comunicato stampa ATAC del giorno prima. In primis dice

“Nella scelta (di rifiutare la campagna, ndSuz) non ha avuto alcun ruolo il tema della sicurezza”.

I casi sono due: o sono duro di comprendonio io, o Er Tabacchiera ha un problema con chi gli scrive i comunicati stampa, visto che basta leggere qualche riga più in su la citazione che dice “riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio”.

Si fa largo l’ipotesi che ci stiano vagamente prendendo in giro. Per di più le motivazioni “tecniche” addotte da Tabacchiera per il rifiuto della campagna sono deliziose e ci permettono di identificare subito un grande comunicatore, attento al dettaglio:
 

“Quei manifesti non vanno bene per dei mezzi in movimento, la gente non ha il tempo di fermarsi a leggere e comprendere il senso del messaggio… i caratteri sono troppo piccoli per poterli leggere mentre l’autobus si sposta”
 

A parte il fatto che sono gioiosi problemi di Current se il testo è troppo piccolo o troppo grande per il messaggio che vuole ottenere, c’è un problemino non da poco: i manifesti non dovevano essere attaccati agli autobus, ma dovevano essere giganteschi e statici, appesi sulle pareti delle stazioni della metropolitana, che salvo in caso di terremoto è ragionevole pensare ferme.

E siamo alle solite: o il Presidente dell’ATAC è mal informato sulle questioni che riguardano la società che dirige o ci sta prendendo in giro. 

 

A PENSAR MALE SI FA PECCATO

Certo che a voler essere perfidi e malpensanti (e qui lo si è con slancio) c’è da pensare che forse tanto affabile altruismo manifestato dall’ATAC nei confronti delle nostre povere menti di verginelle seicentesche sotto sotto è altro. 

Qualcuno ha detto censura? Personalmente sì, dico censura. E delle più gravi. Il fatto è che un’indagine sui rapporti (non esattamente conflittuali, anzi) tra Chiesa e camorra evidentemente a qualcuno non piace. E meno che mai una sulla faccia sporca della “war on terror” di Bush, che da queste parti ha trovato ciechi sostenitori nella parte politica ora al potere.

Di fatto, anche sforzandomi davvero a pensare all’ATAC come ad una società di filantropi preoccupati per noi tutti, quello che vedo è uno scenario desolante:

- un’azienda municipalizzata di trasporti che compie decisioni politiche e funzionali all’ideologia politica dell’amministrazione comunale e lo dice apertamente: questa campagna non è in linea con gli obiettivi del Comune, che vuole rassicurare e garantire la (sua) pace sociale.

- un presidente di nomina politica che, invece che occuparsi di trasporti, usa la società che dirige come braccio armato politico del Sindaco, censurando contenuti scomodi

- un presidente di nomina politica che è totalmente disinformato sulla questione o ci prende in giro (tristemente è più probabile la prima ipotesi), contraddicendo le comunicazioni ufficiali della propria amministrazione

- una censura *sui contenuti* alle videoindagini di Current Tv: non vogliono che si vedano, non vogliono che la gente sappia che esistono

- una visione paternale – con motivazioni pretestuose, perché l’immagine di una bibbia e di un mitra non sono certo ragione di scandalo o turbamento, visto soprattutto cosa passa normalmente sotto i nostri occhi sui manifesti – della società italiana: “pensiamo noi per voi, voi state tranquilli, va tutto bene, circolare!”

 

LE DUE DESTRE

E’ impossibile non buttare in politica questa storia di censura, operata dall’amministrazione di destra – guidata da Alemanno – su due contenuti che peraltro nessuno ancora ha visto in Italia. E’ proprio vero che le inchieste fanno paura, che le domande terrorizzano, che lo spirito irrequieto di chi vuole sapere di più fa tremare i potenti, comunque e sempre.

Ed è un caso curioso, perché questa storia di censura – che non finirà qui – racconta le due destre in Italia. Una è quella di Milano, che non censura – come è giusto – la campagna di Current, magari storcendo il naso, ma ricordandosi che in Italia esistono delle leggi che tutelano la libertà di espressione.
E soprattutto ricordandosi che non c’è niente di meglio che un atto di ingiustizia e di censura per “pompare” un contenuto sui media e dargli una visibilità insperata.

Dall’altra c’è la destra infinitamente stupida, quella ancora “fascia”, rozza e picchiatrice, che calpesta i diritti dei cittadini tutti. Quella che censura con motivi ridicoli, gestendo malissimo la vicenda, con personaggi evidentemente non all’altezza, comunicazioni che si contraddicono e un’aria ingiustificabile di improvvisazione.

E questa è la destra peggiore, anche se – detto da uomo di sinistra – la più auspicabile, perché è da operetta nel perseguire le “maniere forti” che risultano inesorabimente in una sconfitta.
Sì, perché oggi la notizia di questo atto di censura è sui giornali (per esempio in home su Repubblica.it), se ne parla diffusamente in Rete  e l’attesa per le due video-inchieste di Current è altissima non solo a Roma e a Milano, ma in tutta Italia. E questo senza che Current abbia attaccato un singolo manifesto sui tremolanti muri della metropolitana capitolina.

Verrebbe da dire “grazie Alemanno (o Tabacchiera), continua così”, perché questo è il più grande favore che si poteva fare a Current, ai suoi valori e ai suoi temi. I contenuti di questa tv iniziano – perfino preventivamente – a fare “paura”.

E viene da domandarsi chi è che può avere paura di una video-indagine sui rapporti tra la Chiesa e la camorra, tanto da non volerne diffondere la pubblicità. E soprattutto viene da domandarsi da che parte stia chi, politicamente, non vuole dare l’opportunità alla gente di informarsi su un tema così forte e controverso.

Ovvero, se la Chiesa non ha nulla da temere, perché censurare questa video-inchiesta?

 

SUPPORTIAMO CURRENT E LA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE

Quello che conforta è che la questione non finisce qui, anche perché gli episodi di censura tramviaria (mi duole dirlo: bipartisan, visto il caso della pubblicità della UAAR sui mezzi pubblici di Genova) stanno iniziano a diventare dei pessimi precedenti in questa Italia in cui si avvallano per legge le ronde e progressivamente spariscono i diritti personali, primo fra tutti quello all’espressione e, a breve, quello di libero accesso alla Rete.

E proprio la Rete, nel suo piccolo, si incazza. Qui c’è un gruppo di Facebook, a cui vi invito a partecipare, in cui è riassunta la questione, in cui c’è una rassegna stampa che spiega per filo e per segno cosa è accaduto e in cui si può discutere della questione e coordinarsi per protestare contro la censura.

Anche il sito di Current segue la questione qui. E c’è pure un sondaggio in cui è possibile esprimere la propria opinione su questo caso.

E presto sarà possibile vedere le due video-inchieste su Current che tanto fanno paura a quei filantropi dell’azienda trasporti romana e ai loro padrini politici.

“…tutti con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare” – riflessioni ottimistiche sul caso Englaro

10 February, 2009 – 1:46 am

Devo ancora parlare del caso di Eluana.
Provo a fare un post politico-schematico, perché se mi abbandono alla prosa finisce che vomito un post chilometrico.

Prima faccio una premessa: vedo molti, sui principali social network, che quasi si incazzano predicando il silenzio. “C’è un morto di mezzo, tacete, è il momento del dolore”. 
Pur capendo benissimo questa necessità, non provengo da una cultura cattolica e la contrizione permanente non mi appartiene. Sono più da funerale anglosassone: ci si trova alla veglia e si fa tutto tranne che tacere: si beve, si parla, si ragiona, si sta insieme a riflettere e ricordare e in certi casi si canta e si ride perfino un po’ sguaiati. 
Quindi non prendete questo post come un’indelicatezza: è solo un approccio diverso alla morte. E da ateo non posso che dire hats off to Eluana e Beppino, perché ci hanno mostrato la via pagando in prima persona.

 

Provo a spiegare perché sono ottimista riguardo alle questioni sollevate dal caso Englaro. Vado per punti e la prendo un po’ alla lontana. 

 
Questione 1: Perché Berlusconi si è esposto in prima persona in questa battaglia?

In effetti è strano: Berlusconi, nonostante si dipinga come un buon cattolico, finora si è sempre nascosto tantissimo sulle questioni etiche, in parte credo per carenza di autorevolezza (un uomo con un’etica orribile non è credibile come modello morale). Se ricordate, sui referendum sulla fecondazione assistita era proprio sparito, lasciando ai suoi compari il compito di abbracciare le più oscurantiste volontà repressive volute dalla Chiesa e imporle al paese. Ma lui no, se ne stava fuori.

In questo caso si è speso, si è esposto, ha rischiato addirittura lo scontro istituzionale.
Perché? Chi glielo fa fare?

Mi vengono in mente due risposte, che peraltro non si escludono:

1 – Berlusconi ha visto in questo caso un’opportunità. Sì, il caso Englaro era un’opportunità politica enorme per la destra, perché permetteva di ricompattare i rapporti col Vaticano (un po’ lisi a causa del giro di vite ultra-repressivo contro l’immigrazione) e soprattutto offriva alla destra uno straordinario veicolo di marketing su cui peraltro insistono tuttora: “noi stiamo con la vita, gli altri con la morte”.
C’è poi un non trascurabile terzo motivo: la questione avrebbe diviso il PD. Cosa prontamente avvenuta e assolutamente funzionale alla destra e al disamoramento tra il partito di Veltroni e il suo elettorato, che è molto più laico dei politici che esprime. 
Il quarto motivo è noto a tutti: il modo migliore per non parlare della crisi economica in corso, che sta mettendo ancora più in evidenza l’inadeguatezza del Governo e della classe dirigente di PDL e Lega, è trovare un diversivo. Eccolo. 

2 – E’ una questione di delirio d’onnipotenza. In effetti gli eventi degli ultimi giorni sembrano confermare che nel Governo ci sia una sindrome del tipo “comandiamo noi e voi non siete nulla”. Il che in un sistema di bilanciamento dei poteri non è esattamente valido e tutti noi sappiamo quanto questo pesi a Berlusconi in primis. 
Insomma, al Governo c’è l’impressione di poter disporre del paese come meglio gli pare. Ecco, quindi, che un atto arrogante, cioè un atto di “definizione” di una società (direi “definizione culturale”, giacché il rapporto con la morte è un elemento di identificazione di una cultura) viene fatto ope legis a colpi di maggioranza. 

Sembra quasi un dire “da noi si fa così, perché lo diciamo noi”. Il che, mi sia permesso, fa un po’ paura ed è per quello che qualcuno sente aria di regime. Per la precisione io sento puzza di “stato etico” hegeliano. E non è un piccolo particolare.

Ma non finisce qui. Perché c’è di mezzo la psicologia berlusconiana. E si sa che da queste parti si pensa che il PresDelCons abbia seri problemi di ego.
Quindi immaginate quanto debba essersi sentito attratto Berlusconi dalla prospettiva di “salvare” Eluana. E’ una vita che cerca di presentarsi come “il salvatore” (e dio solo sa quanto gli pesa che non abbia messo la “s” maiuscola).
L’idea di potersi cullare con la retorica del salvatore e del difensore della vita deve davvero aver fatto presa sulla sua psiche da insicuro perenne, insomma. E ci si è buttato.

 

 

Questione 2: perché sei convinto che la destra e la Chiesa abbiano perso questa battaglia?

Provo a spiegarmi. La destra avrebbe avuto tutto l’interesse a lasciar perdere il caso Englaro, a farlo trascurare dai media che controlla e ad evitarsi questo mal di pancia che tocca più le coscienze che il portafoglio. E tocca le coscienze in un punto in cui tutti siamo sensibili, perché tutti – da vivi – abbiamo a che fare con la morte.

Eppure ci si sono buttati, un po’ per sudditanza verso il Vaticano, un po’ perché hanno percepito le opportunità che evidenziavo sopra.
Ma non hanno tenuto conto di due cose:

1 – che su questo tema la posizione della Chiesa e della destra è in minoranza nella società italiana.
Ovvio, non ho telefonato a tutti gli italiani chiedendo un parere. Però guardo i sondaggi di ogni genere (li ho cercati apposta, per farmi un’idea dello scenario), da quelli online a quelli cartacei, e non ho ancora trovato un singolo risultato in cui i favorevoli al testamento biologico, alla libera scelta, all’autodeterminazione del corpo, ecc. non siano la stragrande maggioranza.

Sarà pure un caso di coincidenze, ma ho la fortissima impressione che questa società sia molto più secolarizzata e laica dei rappresentanti che elegge. E credo che un po’ di Storia dimostri che è sempre stato così: i referendum sul divorzio e sull’aborto, per dire, furono vinti in un momento in cui la DC prendeva percentuali bulgare. Eppure la società era più avanti rispetto a come votava. 

 

2 – che una strategia così dà risultati positivi solo se si vince, ottenendo un risultato subito. Il partito trasversale dei clericofascisti sapeva che il tema è caldo ed è noto a tutti molto più di quello della fecondazione artificiale. Ecco perché la strategia avrebbe pagato molto, se vincente: era un pesantissimo “display of power” (che nella politica maschilista italiana è fondamentale) ed era una sorta di colpo di mano istituzionale giustificato da cause “etiche”. 
Insomma, se passava il “colpo” su Eluana e la cosa otteneva risultati, era la scusa perfetta per mostrare i muscoli al paese e soprattutto per fondare un modello d’azione governativa assolutamente non democratico: leggi ad personam, ad categoriam, ecc. approvate senza dibattito, senza considerare il Parlamento, fregandosene di tutto e di tutti, del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, ecc.  

 

Il risultato è che la destra clericofascista avrebbe guadagnato molto se Eluana non fosse morta ma fosse stata “salvata”: immagine, retoriche positive da usare, ego per il PresDelCons, divisione dell’opposizione, ricompattamento dei cattolici oscurantisti (anche quelli con Casini e quei pochi col PD), giustificazione “etica” di un colpo di mano a livello istituzionale, ecc.

Purtroppo gli è andata male ed Eluana attualmente è in paradiso e sta suonando “Imagine” con al piano John Lennon, dedicandola a quel grande uomo giusto di suo padre. E non pensa a quei piccoli uomini nell’aldiqua che la volevano torturare a vita in nome di un principio parziale che lei non riconosceva e che loro volevano rendere assoluto.

E per quei piccoli uomini oggi è una brutta giornata, perché ora si trovano con in mano una legge oscurantista sul diritto all’autodeterminazione del corpo. Una legge sicuramente scritta malissimo, che sarà tanto brutta quanto attaccabile, scritta da gente incattivita, mal formulata, fatta senza nessun confronto con il Parlamento. Sarà una pessima legge nel merito, nel metodo e nella forma e nei contenuti. E come tutte quelle leggi sarà debolissima o un boomerang. Ma non temete: durerà poco.

Non crediate che sia una vittoria il fatto che nei prossimi giorni sia approvata. La approveranno, la chiameranno “Legge Eluana”, col consenso dei media al loro libro paga (perché a destra piace piazzare un bel ricatto morale battezzando le leggi) e poi la parte sana del paese inizierà lentamente a farla a pezzetti, sempre che riescano a farla, perché una legge fatta male non passa facilmente al vaglio della Corte Costituzionale.

 

Questione 3: come andrà a finire?

Finirà con un duplice scenario, che in entrambi i casi prevede un referendum.

1 – Se la legge non passa perché cozza contro la Costituzione e i suoi principi, finiranno per cercare di cambiare la Costituzione. Hanno i numeri per provarci. Ma poi devono affrontare un bel referendum costituzionale in cui la sconfitta è assicurata, perché non c’è nemmeno il limite del quorum. 

2 – Se la legge in qualche modo passa, raccoglieremo le firme e faremo un bel referendum.
E lo perderanno, per quanto si applichino a farlo ignorare dai loro lacché catodici.
Perché questo tema tocca tutti e il più grosso rammarico che penso serpeggi nella sede del PDL e in Vaticano è aver attirato l’attenzione di tutti su un tema che tocca così da vicino la vita di tutti e non richiede competenze specifiche o chissà quale cultura per essere compreso. Perfino il più disinformato degli elettori sa rapportarsi col suo senso di pietà e scegliere di conseguenza. 
E quel referendum sarà una dura sconfitta per i clericofascisti e soprattutto per i partiti, che si perderanno in bizantinismi pur di non schierarsi o farsi dei nemici Oltretevere.

Ovviamente in questo secondo scenario starà  a noi impegnarci. Può sembrare strano ma mi pare di aver percepito (parlo di sensazioni mie, quindi il tutto ha la validità scientifica di Voyager) una fortissima indignazione, superata solo dalla voglia di impegnarsi per questa battaglia fondamentale, perfino da parte di gente che mai mi sarei immaginato. 

Per una volta c’è un tema in cui la proverbiale ignoranza degli italiani non è d’ostacolo, perché la morte non fa distinzione e tutti hanno esperienza diretta o indiretta di sofferenza, di parenti/amici/conoscenti a cui auguri di andarsene in fretta e non soffrire, ecc. 
E per gli oscurantisti, per la Chiesa, per la destra sarà una brutta notizia, perché non riusciranno  - come hanno sempre fatto – a prosperare sull’ignoranza delle masse.
Almeno per questo argomento credo proprio di no.

I princìpi sulle nuvole, le persone sulla terra – riflessioni su una battaglia che non potremo che vincere

5 February, 2009 – 7:30 pm

Vorrei scrivere qualcosa di sensato e di freddo sul caso di Eluana Englaro, ma mi è difficile.
Proprio non ci riesco, nonostante gli sforzi, perché sul tema mi considero un pratico, un semplice, ma contemporaneamente un estremista. E ne sono fiero, perché credo che su una questione come questa non esistano posizioni intermedie.

Non si può mediare su un concetto semplice e contemporaneamente life-defining come la libertà di disporre del proprio corpo.  Non esiste sfera più intima, salvo il controllo del pensiero. Ma all’atto pratico siamo questo: siamo corpi più o meno vivi e ci definiamo esseri viventi e senzienti perché ne disponiamo volontariamente. Scegliamo, cioè, che farne. E la libertà di “agire” liberamente il nostro corpo è una di quelle che – nella mia visione – sta a monte di tutte le altre. Io sono mio, mi sembra un principio inalienabile e non negoziabile.

Ecco perché trovo assurdo che la destra italiana, insieme alla Chiesa, si schieri per la limitazione di quella che è la “libertà madre” di tutte le libertà. E non c’è etica che tenga: se voglio dettare le condizioni per la mia morte, se voglio disporre liberamente di me, intimamente di me, con riflessi solo su di me, è anti-umano. E’ disumano nel vero senso della parola che qualcuno decida per legge cosa posso e cosa non posso fare di me, del mio corpo, della mia vita.

In linea di principio – pur combattendolo – trovo meno barbaro che la Legge e la politica decidano di mettermi il naso in camera da letto o nel repertorio di idee che porto addosso. Ma il corpo è ancora più intimo, non abbiamo altro: è il nostro ultimo bastione. Da lì, mi spiace, ma non si passa.

L’etica, la bioetica, la filosofia, ecc. per quanto mi riguarda contano davvero poco, perché viene tutto dopo: è sovrastruttura, mentre qui stiamo a parlare di carne.
Vanno giusto bene per normare le zone grigie, quelle in cui la volontà del cittadino non è espressa, quelle in cui è ambigua. Ma se voglio mangiare un gelato o morire o fare dieci flessioni è una scelta mia e risponde solamente alla mia coscienza, ai miei valori e alle mie relazioni con gli altri. Ma inizia e finisce dentro di me.

Il vero estremismo pericoloso è proprio quella malata ideologia che si maschera da “difesa della vita”. Ed è veramente qualcosa che confina con il peggiore estremismo e che ha tratti paraterroristici, perché si basa su principi assoluti (e peraltro non so quanto condivisi), non sulla realtà.

Le persone di buonsenso parlano di episodi, di casi, di individui. Gli estremisti della “difesa della vita” parlano di simboli, di categorie , di “bene assoluto” imposto a terzi, senza pensare cosa ci sia nel mezzo.

Ho già visto quel modo di pensare lì, animato da ottime intenzioni sulla carta. C’era gente che pensava di riscattare le masse e salvare il mondo. Per farlo bisognava sparare a qualche uomo, ma suvvia: non erano uomini, erano simboli. E si sa che ogni rivoluzione ha bisogno dei suoi boia, ecc. Abbiamo già dato.

Io ho paura di quelle persone lì, indipendentemente dalla bandiera che sventolano, perché sotto sotto è una sola: quella dell’alienazione dalla realtà. Ho paura di quelli che parlano per categorie assolute e agiscono di conseguenza. Il vero estremismo è quello: restare indomiti sulla nuvoletta dei principi puri senza guardare cosa succede realmente là sotto, dove c’è il paese reale, che per una volta non è un’espressione comune ma siamo noi.

Mi consola una cosa: perderanno. E perderanno perché non hanno tenuto conto che la morte, la sofferenza, il dolore, sono cose comuni a tutti.

E non lo dico per ecumenismo: moriamo tutti e tutti scontiamo da vivi la morte di alcuni che ci sono accanto.
E a tutti, indipendentemente dal colore politico, è capitato di vedere soffrire tanto qualcuno vicino e lontano e trovarsi un giorno ad un funerale e dirsi che sì, dispiace, ma è meglio che sia andata così.

Tutti abbiamo avuto un nonno, un prozio, un vicino di casa, un cugino, ecc. per cui la nostra pietà umana ha, obtorto collo, augurato una fine , piuttosto che un prolungamento sine die del capitolo del dolore, dell’umiliazione, della non-vita.

E quando i brigatisti del “movimento per la vita” parleranno di assoluti, di diritto alla vita e di sacralità, cercando di imporci un’ideologia che è antitetica al nostro senso pratico e praticato di pietà umana, al nostro non voler veder soffrire inutilmente le persone a cui teniamo, noi tutti saremo lì coi piedi per terra e penseremo ai nostri morti, ai nostri parenti, conoscenti, amici, alle loro storie, alla loro sofferenza. E sapremo, come abbiamo sempre fatto, cosa pensare e cosa fare.

Facciamo tutti Barack*

20 January, 2009 – 12:04 am

La buona notizia è che domani si insedia Obama alla Casa Bianca. Quella cattiva è che Giorgio Valletta ed io seguiremo la cerimonia del suo insediamento dalle “frequenze” (cioè in streaming audio e video) di Current Radio, dalle 17 alle 21, ospitando le voci live in studio e in remoto di talmente tante persone che non azzardo nemmeno fare un elenco. Fate conto che da quelle parti passerà mezza blogosfera, ma anche un sacco di gente che con i blog non ha nulla da spartire.

L’altra notizia carina è che dopo un bel po’ di sperimentazione Current Italia ha deciso di lanciare la sua radio online: segno che la cara, buona, vecchia radio continua ad essere un mezzo di comunicazione che riesce a stare al passo coi tempi, a rinnovarsi, a mutare e – quindi – a meritare pure qualche investimento intelligente.

Quindi è un doppio onore per noi inaugurare il nuovo corso di Current Radio, per di più seguendo un evento importante che – speriamo – dia il via ad un anno nel segno del cambiamento.

Va da sé che il fenomeno Obama non è solo una questione politica (4 ore di chiacchiera politica potrebbero annoiare perfino un reduce del PCI del genere “duri e puri”), quindi cercheremo di raccontare insieme ai nostri ospiti tutto quello che circonda il Presidente più hyped della storia statunitense, dalla sua identità black alla musica che da sempre lo accompagna, fino alla first lady e alle spigolature sull’America che verrà. E parleremo anche di Sarah Palin, tanto per tirare un sospiro di sollievo sul pericolo mancato, e di altri mille spunti, sempre che ci vengano in mente.

Accorrete numerosi. Teoricamente dovreste vederci/ascoltarci cliccando qui. Altrimenti andate su www.current.tv e dovreste trovare un modo di guardarci.

 

* mi rendo conto che il titolo può suonare criptico ai più, ma è meglio così. A meno che proprio vogliate sapere a cosa mi riferisco, ma finireste per rigarmi la macchina

Dai succhi di frutta all’etica

19 January, 2009 – 4:12 pm

Sono anch’io “vittima” tra i tanti della “candid camera” (in realtà è avvenuto tutto al telefono, ma ci siamo capiti) orchestrata il 30 dicembre da Paul The Wine Guy.

Per chi non ha seguito l’evento: Paul telefona ad una decina di blogger il cui numero di telefono è disponibile online fingendosi un manager a cui il capo ha assegnato 70.000€ da spendere in una campagna di promozione di un brand di succhi di frutta attraverso la blogosfera e propone ai chiamati una campagna di pay-per-post, cercando di capire chi è disposto a farla e chi no.

Innanzitutto faccio i complimenti a Paul, perché lo scherzetto è riuscito. Per quanto mi riguarda, il 30 dicembre ero sicuramente stordito da troppi spumantini, tuttavia riuscire a gabbare un torinese (notoriamente la categoria di italiano più diffidente in assoluto) è cosa rara.

Il risultato dello “scherzo” è che gran parte degli sventurati che hanno risposto, a quanto pare, hanno detto di sì.

Personalmente ho detto di no, così come Gianluca, ma credo che la questione vada ben oltre il dominio delle scelte personali a caldo e meriti due parole in più.

Apprezzo, quindi, che Markingegno si ponga un po’ di domande più “alte” rispetto al pettegolezzo su chi ha venduto cosa e a quanto e provo a dare qualche risposta pertinente.

Vado per punti:

 

-  il perché di un no

come già anticipato, ho declinato tassativamente il pay per post, spiegando al manager misterioso per una buona decina di minuti che – per quanto ne so - funziona  male.

[Peraltro non è la prima volta che mi capita una cosa simile: un anno e mezzo fa rifiutai un bel po' di soldi, peraltro mandando in bestia un manager d'agenzia che era covinto che il mio no fosse un modo per tirare su il prezzo e subendomi sue telefonate quotidiane in cui mi offriva sempre di più, tipo mercato delle vacche. 

Ho dovuto usare la f-word due volte per convincerlo che quei soldi lì non li volevo. Offeso, mi ha tenuto 10 minuti di lezione di vita al telefono spiegandomi che gente come me (letteralmente "comunisti") non sarebbe mai diventata ricca e che fondamentalmente è colpa di quelli come me se il mondo è una schifezza. Spegnete un cero per me, la prossima volta che pregate.]

Come notate non c’è giudizio etico, ovvero ai clienti sconsiglio il pay per post non perché personalmente non lo trovo “corretto”, ma perché non rende, genera post-fotocopia e di fatto finisce per produrre sfiducia.

L’assenza di giudizio etico non è freddo calcolo, ma una semplice garanzia per il cliente (potenziale, in questo caso): il buon consulente cerca di non imporre i propri valori personali nella sua attività, semmai li spiega al cliente e verifica se collimano.

 

- le soluzioni che ho proposto

è doverosa una premessa; gestisco due piccole agenzie nel campo della comunicazione, quindi per me ricevere telefonate di quel genere è abbastanza normale.

Al professionista Enrico (non al blogger) un manager con 70.000€ in mano e zero visione strategica per la comunicazione è un’opportunità quantomeno da valutare (o in certi casi una mucca da mungere).
Potrà sembrare brutto a qualcuno che vive di caccia e raccolta di frutti spontanei, ma mi pago da mangiare così: vendo consulenza e servizi a gente che ha dei soldi da spendere per promuovere qualcosa, magari anche qualcosa che non mi piace e con modi che talvolta non approvo del tutto. E mi sento colpevole di questo nella stessa misura in cui avrebbe dovuto sentirsi colpevole l’operaio della catena di montaggio della Duna.

Cosa ho proposto? Ho spiegato perché i pay per post non funzionano, ho sconsigliato con tutto il cuore la creazione di blog fasulli (i pochi tentativi fatti al mondo sono stati beccati e massacrati dopo poche ore e nel caso specifico sarebbero stati comici) e ho suggerito una cosa che ai miei occhi è sensata, quasi ovvia: se hai un prodotto in cui credi e ritieni sia giusto farlo conoscere ad un determinato target, non puoi fare altro che una campagna di PR, sia essa online o offline.

Nello specifico ho consigliato di contattare Digital-PR, un po’ per affetto (sono persone con cui collaboro), un po’ perché li ho sempre trovati capaci di far parlare aziende e blogosfera in modo trasparente ed efficace.

Temo, in realtà, di essere stato poco convincente (anche perché lo scherzo non avrebbe retto), visto che il misterioso manager al telefono insisteva parlando di un capo che – in assenza di pay per post - avrebbe sicuramente avallato una campagna di blog fasulli (credibilissimi: di colpo spuntano 50 blog nuovi che parlano di succhi di frutta :-) ).
Mosso da solidarietà verso un manager un po’ preso male e con l’acqua alla gola ho perfino proposto di segnalargli, in quel caso, un po’ di nomi di copy freelance, se proprio non poteva fare altro.

 

- cosa penso del pay per post – un parere tecnico

dovrei distinguere l’opinione tecnica da comunicatore da quella “etica” di blogger. Ci provo.

Tecnicamente, come già dicevo, l’impressione è che non funzioni.
Markingegno mi chiede direttamente se ho esperienza di campagne di pay per post e la risposta è no. Anzi, in generale nel mio lavoro cerco di lasciare le attività di PR e di buzz ad altri, perché non sono il mio forte.

Parlo, quindi, per esperienza indiretta quando dico che le poche campagne di pay per post che ho visto da spettatore mi hanno sempre deluso, indipendentemente dal grado di trasparenza, per la qualità dei risultati: post-fotocopia mal distribuiti nel tempo, aria di marchetta iperconcentrata e, più a monte ma anche più personalmente, spesso la sensazione che il quid di fiducia che un lettore ripone in un blog venga diminuito da queste operazioni, anche in presenza di una full disclosure. E quella sfiducia si riflette sulla marca.

Dovrei aggiungere un po’ di note dal punto di vista della strategia e della programmazione editoriale, ma ve le risparmio perché già vado lungo.

Mi limito a dire che il pay per post è un’attività poco controllabile nei modi, nei toni e nei tempi.
E si sa che le strategie di lancio di un prodotto di norma seguono copioni precisi, fatti per dire di attività limitate di prova, lancio in massa con modalità variabili e spesso opposte (dall’escalation che spesso si usa per i prodotti retail alla rarefazione che si usa nel lancio della musica attraverso i network radiofonici, motivo per cui spesso per 3 settimane tutte le radio ci martellano con un brano-tormentone e poi d’improvviso questo sparisce dalla programmazione, generando una sorta di crisi d’astinenza che si spera si traduca in acquisti, ecc.), ritorni di fiamma in presenza di eventi/avvenimenti, attività localizzate, intensificazioni su target specifici all’arrivo dei primi feedback, ecc.

In sostanza, una campagna di pay per post è come tirare un sasso nello stagno e vedere che effetto fanno le onde. E per i miei gusti è un’attività troppo “alla cieca” già a livello strategico: ho l’impressione (non sostanziata da prove, beninteso) che coi post a pagamento il rischio dal punto di vista della fiducia e dell’immagine del brand non valga il beneficio in buzz/conversazione. L’unico pregio di una campagna simile è che ha i numeri iniziali certi, quindi è vendibilissima internamente nelle aziende.

 

- cosa penso del pay per post e di chi lo fa - un parere “etico”

Ecco, volevo dare un parere puramente tecnico e non ci sono riuscito. E’ che non è facile separare etica e giudizio, alla faccia di Kant.

Personalmente non farei mai pay per post sul mio blog, perché è uno spazio di libertà.
E per libertà intendo non solo la possibilità di scrivere quello che mi pare nei modi e tempi che più mi aggradano, ma anche la libertà marxiana dal “bisogno”.
Cioè, il blog è finalmente qualcosa con cui posso prendermi la – ehm – libertà di non fare soldi: è un’attività felicemente in perdita, col bilancio economico in rosso e quello del divertimento e della socialità decisamente positivo.

Però sono un temibile relativista, di quelli che spaventano i papi tedeschi. E non pretendo minimamente che le mie scelte etiche siano regola per tutti. Meno che mai le uso per giudicare il prossimo (cioè, per alcune scelte etiche ovviamente sì), soprattutto se si tratta di questioni al confine tra l’etico e il pratico.

Mi spiego: non credo che chi cede al pay per post sia definitivamente un corrotto e meriti sfiducia.
Non mi piace lo strumento, non lo adotterei mai, ma mi riservo il giudizio di valutare caso per caso, perché a volte una campagna di post a pagamento – se messa in evidenza come tale – non incide sulla fiducia che attribuisco ad un blog o ad un sito, anzi spesso lo mantiene, cioè paga (magari solo in parte) il tempo dedicato dal suo autore alla condivisione di contenuti, ecc.

Per dire, Engadget e Gizmodo – due siti autorevoli che parlano di gadget elettronici – talvolta fanno post a pagamento, ben evidenziati in cui elencano gli sponsor della settimana o del mese, altre volte fanno contest sponsorizzati dalle aziende ma questo non influisce sull’autorevolezza che personalmente attribuisco loro, perché hanno dimostrato nel tempo di saper dare giudizi indipendenti nonostante spesso parlino di loro “clienti”.

E’ per quello che dell’ottima operazione di Paul The Wine Guy apprezzo tutto tranne la premessa dell’analisi finale e cioè che accettare una campagna di pay per post sul proprio blog sia necessariamente e inesorabilmente un male, un segno di corruzione, ecc.

Da parte non in causa posso dire che non lo farei e che non amo molto trovare post a pagamento in giro sui blog, ma mi riservo di valutare caso per caso se la cosa è così mostruosa o è accettabile.

 

- postilla rectoversiana

Rectoverso, che è sicuramente la coscienza cattiva della blogosfera e come tale è utilissimo e amusing, giustamente prende spunto in un suo post  da un mio commento al post di Paul The Wine Guy sulla questione “succhi di frutta” per criticare un’altra cosa che mi riguarda. E ha maledettamente ragione.

Qualche tempo fa ho ricevuto un Sony Xperia X1 da recensire e – come capita non di rado da queste parti con gli smartphone – l’ho recensito, dicendone bene e male.
Il Dottor Pruno mi fa notare che è inutile che io faccia il santarellino fiero del suo blog “vergine” dal mercato, se poi un’agenzia di PR mi regala un cellulare da 600€ e non lo specifico quando recensisco il prodotto.

Ha ragione.  A mia discolpa posso solo dire che ho dato per scontata la cosa, visto che l’aveva già specificato il buon Beggi nel suo post sull’X1, ma ho sottovalutato l’importanza della disclosure e soprattutto ho trascurato il fatto che magari non tutti sanno tutto.

Sulla questione “ecco, ti regalano un cellulare e tu ti senti spinto a fare un marchettone” ho poco da dire.
Per me è una questione vecchia e risale a quando scrivevo su Rumore e su altre riviste musicali.
All’epoca la critica era: “vi mandano i dischi promo da recensire, vi invitano ai concerti, vi riempiono di gadget: sicuramente siete dei venduti”. Cambia il prodotto ma non la critica.

E posso dire, dopo aver partecipato come giornalista a qualche decina di saloni e fiere, che il tentativo strisciante di “addolcire” i media attraverso le regalie è cosa nota (il più grosso problema per un giornalista al Salone dell’Auto di Ginevra, per dire, è trovare un modo sensato per portarsi dietro tutti i gadget che gli vengono catapultati addosso e contemporaneamente digerire tutti i pranzi luculliani che gli vengono offerti) ed è una questione seria per chi lo fa di mestiere.

Rispondere ad una critica simile è difficile.
Potrei dare una risposta da gradasso, dicendo che la mia credibilità vale più dei 600€ di un cellulare, ma non dimostrerei nulla e farei solo la figura del bulletto.

Il fatto è che l’autorevolezza, la credibilità, ecc. del mio blog non sono un valore assoluto e, soprattutto, non sono un valore su cui ho direttamente voce in capitolo.

L’autorevolezza (temo una parola un po’ sprecata per un blog il cui post precedente parla della scena ukulele emergente) di suzukimaruti.it, così come di tutti gli altri blog, è qualcosa che stabiliscono i lettori, anzi ogni singolo lettore.

Quindi sta a chi legge giudicare se ciò che un blog scrive è onesto o no. Personalmente posso ripetere ad nauseam che credo di scrivere cose oneste, ma non vale nulla ed è giusto che sia così.

Anzi, mi piacerebbe il confronto aperto con chi – se c’è – pensa che qui non si scrivano cose oneste.
Cioè, un confronto al di là delle mezze parole, perché credo serva a tutti (e a me professionalmente molto) per capire i limiti, l’accettazione, le sensibilità, ecc. che incontra la comunicazione attraverso i blog.

Ukulele is the new cowbell

15 January, 2009 – 6:25 pm

Da queste parti le infatuazioni musicali sono come i fidanzamenti e sono tutti colpi di fulmine. In sostanza tu sei lì bello tranquillo che fai la tua vita e d’improvviso entra nei tuoi giorni una “lei” che ti scombussola tutto, che ti getta nel mare, ti viene a a salvare, ecc.

E tu reagisci di conseguenza, la presenti agli amici, la ami appassionatamente per giorni e poi scopri che – musicalmente (perché nella vita reale le tue dinamiche sono ben altre) – sei una brutta persona, perché la lasci non appena il destino te ne porge un’altra e non è detto che sia necessariamente migliore. Basta che sia diversa. 

La vecchia musa di prima non è che sparisce: viene relegata giustamente al ruolo di revival e suonata sempre preceduta da un “ti ricordi?”.

L’ultima infatuazione musicale di cui si ha traccia da queste parti è Little Boots. Temo lo ricordiate tutti perché ho vagamente insistito nel propinarla a tutti. Ora la ragazzina è famosa, è lanciatissima e sta giustamente raccogliendo il successo che, pochi, carbonari e pionieri, le tributavamo quando “Stuck On Repeat” era solo un mp3 che girava per la Rete.

Ora che la storia con Little Boots è finita (ci sentiamo ancora ogni tanto, cioè io sento lei se il lettore mp3 mi fa la grazia), ecco la mia nuova musa. Tutto il contrario di quella vecchia. Come passare da una bruna ad una bionda, da una introversa ad un’estroversa, ecc. 

Lei si chiama Danielle, ma artisticamente la conoscono tutti (…) come Danielle Ate The Sandwich. E ha una caratteristica che balza subito all’occhio: è bellissima, ma di una bellezza per solutori più che abili, che richiede di provare ad immaginare la donna che si cela sotto gli occhiali, sotto gli abiti dimessi e sotto il look volutamente da sfigatona. 

Se esiste una versione musicale di Liz Lemon/Tina Fey, Danielle è la candidata numero uno. Niente balletti alla moda, niente look da strafiga, niente pose da diva e modernità elettroniche da classifica. La ragazza sforna un folk che è esagerato definire minimale.

Forse fa la musica più ombelicale al mondo, la più casalinga, la più intima possibile. Il tutto con un’ironia, una leggerezza calviniana e una malcelata consapevolezza naif per cui “goffo” e “carino” possono a volte essere un binomio killer se si tratta di colpire un uomo al cuore o alle orecchie. Se spennellate il tutto con l’ironia consapevole con cui condisce le sue performance, con le mezze risate che provoca, con la consapevolezza che traspare negli ammiccamenti dei suoi video, capirete perché Danielle Ate The Sandwich è lì sul piedistallo come musa del momento.

D’altronde cosa pensare di una chanteuse che produce una cover di “Dream A Little Dream Of Me” e, invece che fare le moine da vamp, pensa bene di cantarla accompagnandosi con un ukulele, usando come luci di scena nientemeno che il lumino del suo frigorifero di casa?

Ecco, l’ukulele. Parliamone. Per anni ho pensato che fosse uno strumento puramente etnico o un orrido souvenir per turisti alla ricerca di tropici un po’ meno tristi del solito. Poi ho scoperto che esiste un network sotterraneo di ukulele-addicted, che non indulge in noiosità etno, ma usa la simpatica e non arboriana chitarrina per produrre musica occidentale, moderna, con un suono un po’ alieno e un po’ giocattoloso. Potrà sembrare strano detto da uno che considera la Roland 303 il più grande strumento mai costruito, ma la cosa funziona. 

Non a caso Danielle ha un canale di YouTube che è tra i più visti in assoluto (cosa notevole su Internet per una ragazza vestita), ha un album in uscita, un MySpace frequentatissimo e va in tour per gli Stati Uniti di locale in locale, pare con altre sparring partner armate di ukulele con uno spettacolo chiamato “Hey, look! We play tiny things!”

Ma non sono solo la bizzarria e il look da sfigata che la sera del ballo di fine anno si rivela come la più bella della classe a fare di Danielle la mia musa del momento. Il fatto è che la figliola ha un gusto delizioso per le scelte musicali delle sue cover (ripescare “Rich Girl” di Hall & Oates è da applausi a priori, soprattutto se lo si fa tenendo in primo piano la copertina del relativo vinile) e, quando si tratta di produrre canzoni sue, uno stile unico nello scrivere i testi.

Personalmente impazzisco per “Ode to Optophobia“, che è la canzone d’amore contemporaneamente più goffa e più intensa che abbia mai ascoltato in vita mia: un loop circolare mono-accordo in cui una ragazza si dichiara disposta a tutto (e non c’è una singola allusione sessuale in questo) pur di avere l’uomo dei suoi sogni. E chiude – scatenando l’effetto carineria ai massimi livelli – dicendo “…se (mi rispondi) di sì, ci vediamo domattina, se è no, ritenterò domani”, d’altronde

when obsessed by a man what is a girl to do
than dress-up cardboard cutouts and pretend that they are you

In un mondo ragionevole su  questo verso tutti i non duri di cuore si dovrebbero sciogliere miseramente, ma si sa che le avversità di questi anni ci hanno un po’ incattiviti, quindi al limite ci inteneriamo, ma è già un bel segno.

Quel che resta, alla fine, è una musa che – da quando Beck lo ha giustamente gettato per fare altro e pure bene – si prende di diritto lo scettro di loser e se lo tiene lì, accanto all’ukulele, ricordandoci che le ragazze con gli occhiali continuano ad essere inesorabilmente le migliori.